IL MASOCHISMO DELL’INTRALLAZZO. SAPIENTI O SCALTRI. INSIPIENZA URBANISTICA, FURBIZIA CITTADINA.

Saggio di Tino Vittorio

Foto di Davide Casella

Suggestioni di lettura dei saggi di Gaetano D’Emilio e Fabrizio d’Emilio, Etnea. Catania dalle origini ai quartieri storici, Algra editore, Viagrande (Catania), 2015, di Salvatore Padrenostro, Catania costruita nel rinnovamento del moderno, Edilstampa, Roma 2013 (un’irrobustita rivisitazione del precedente Catania nel moderno. L’immagine e la sua costruzione nella prima metà del Novecento, Dipartimento di Architettura e Urbanistica dell’Università di Catania, Catania 2009) e Catania e i suoi costruttori. 1861-1961: cent’anni di edilizia per fare una Grande Città, Edilstampa, Roma 2019

La storia della città di Catania, esauritasi la fase della ricostruzione post-terremoto del 1693, rivela insipienza urbanistica: un uomo che non si cura del suo abitare, che non “sa” il suo territorio, è un fuggitivo, un fuggiasco, un predatore senza mediazione progettuale, un rivolo di lava incandescente che si svolge per il pendio del suo percorso e tutto travolge, tutto consuma o modella a suo capriccio. Un uomo vulcanico, come la roccia, come la sabbia.

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Per il secolo scorso e per quello precedente, per i duecento anni del XIX e XX secolo, gli studiosi notano un unico progetto, pensato alla fin dell’Ottocento durante l’amministrazione defeliciana e orientato allo “sventramento” o “bonifica sanitaria” del quartiere San Berillo, nato come un fungo spontaneo di ricoveri per la manodopera e i servizi della città che andava formandosi.  Un progetto che verrà attuato oltre un cinquantennio dopo e che, ponendosi alla base della definizione del Piano Regolatore Generale degli anni Trenta del Novecento, introdurrà con forza e intelligenza la questione dello spostamento della linea ferroviaria dalla costa. Fino al 1950 il confronto degli urbanisti a Catania si appalesa come un serrato confronto di idee -ideale?- fra tradizionisti e razionalisti, ma che non mette mai in discussione quell’aberrazione di somma di edifici, quell’esplosione di delirio buono a sopportare a ridosso della Plaja la dislocazione di attività pesanti come quelle ospitate dall’Azienda del Gas, dell’Enel, della Cementeria, del deposito del Consorzio Agrario e del mattatoio comunale, coevo della posa dei binari e dell’erezione del viadotto ferroviario. Delirio che convive con l’incubo – il diavolo che sta sopra nell’amplesso rapinoso, “lavico”, imposto – della contiguità con l’Oasi del Simeto, della cosiddetta Zona Industriale o del cimitero poco distante (ma fino alla metà dell’Ottocento, dentro) dal boschetto della Playa: sulla parte naturalmente migliore del territorio la collocazione astuta delle sue funzioni peggiori.

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Con la fine della Seconda Guerra Mondiale prese avvio la grande trasformazione demografica della città che si gonfiò di inurbati dalle campagne, facendo esplodere il fabbisogno edilizio ad alto tasso, comunque, inferiore a quello dell’incremento dei nuovi arrivati, degli immigrati rurali. Padrenostro – nel libro del 2013 – dipana le vicende degli architetti e delle loro architetture (o della loro sconfitta dinanzi ai geometri e all’edilizia sconclusionata e arraffona, citando a chiusura del suo saggio Giuseppe Pagnano che in uno scritto del 1983 sottolineava l’alto costo urbanistico e la miseria formale della città per via della “perdita di tutto il potenziale rivoluzionario dell’architettura”, dinanzi allo strapotere dell’imprenditoria edile, povera d’arte (con l’arte non si mangia!) prona come il drago sotto gli zoccoli del cavallo di San Giorgio. E più chiaramente leggiamo in Padrenostro che con la “moltiplicazione degli interventi edilizi [siamo ben oltre il dopoguerra] l’attenzione si spostò – specie nella costruzione di alloggi – dall’ideazione di una forma architettonica al confezionamento di una scatola muraria – come una qualunque merce – con un assemblaggio di segni alla moda che, riprodotto in serie, hanno dato vita a degli stereotipi. E conseguentemente si impoverì anche il disegno urbano con l’arbitrarietà d’impiego di modelli architettonici, fino alla loro banalizzazione”. E per cosa? Per ottenere “una città congestionata, formata da una sequenza di spazi inarticolati (poco verde e spazi pubblici mal curati o non realizzati) e da una somma di organismi edilizi che sono solo dei contenitori”. Valutazione che riecheggia, quella, ulteriormente riportata, di Ernesto Dario Sanfilippo secondo cui la città “ebbe a scontare i prezzi altissimi della congestione, della mancanza di servizi e delle pesanti e nuove periferie di condomini privati che cominciano a ricoprire le colline, verso e oltre i vicini confini comunali”.

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Quanto sopra vale quale premessa per la qualità di riflessioni sull’autorappresentazione della città, della sua consapevole “identità”, risultato della somma di tutti i “saperi”, umori, desideri, interessi che insistono sul territorio e che devono, che vogliono essere qualificati, disposti, ordinati gerarchicamente e funzionalmente sulla linea dell’orizzonte temporale, intravista o prevista o disegnata o augurata nel futuro e nel presene delle trasformazioni economiche e sociali del secolo. Senza un’idea di città, avremo comunque una città senza idee, invivibile se non come una paralisi mummificata o un’anarchia spastica, di prepotenza e di volgarità. Questo potrebbe essere il senso dell’operazione di Andrea Vecchi quando nel 2009 inviò una lettera ai vari personaggi suoi concittadini dai quali ebbe una risposta riscontrabile nella pubblicazione del prezioso (non in tutti i contributi) volumetto, Catania, dell’ANCE (Edilstampa, Roma 2010).

Urbs è un prodotto dell’urbare, del tracciato del solco dell’urbum, dell’aratro, arnese doppio da usare come spada, arma offensiva, di morte o come dispositivo di vita, di fecondità, locus genitalis che giace nel locus genitalis femminile del solco. La città è sacra in quanto riproduce l’ordine celeste in testa, trasferisce e imita lo spazio abitato dalla divinità. Il suo fondatore è rex, in quanto sacerdos del mundus, dell’universo divino in terra. Il mundus è la fossa sacrificale dentro cui si depongono le offerte votive e propiziatrici dei sudditi del rex-sacerdos. “Il rito di fondazione – sto citando Joseph Rykwert, L’idea di città (Adelphi, Milano 1976) – di una città richiama una delle grandi forme ricorrenti dell’esperienza religiosa. La costruzione di qualsiasi dimora umana o edificio comunitario è sempre in un certo senso un’anamnesis, una rievocazione della divina istituzione di un centro de mondo. Perciò il sito in cui si costruisce non può essere scelto arbitrariamente e neppure razionalmente dai fondatori, ma deve essere scoperto attraverso la rivelazione di un mediatore divino”. L’augure-rex scopre il centro del mondo, del mundus per starsene a profetizzare nel suo templum, nel suo recinto temenos, “ritagliato” sul territorio da consacrare ad urbs dopo il favore degli auspici. La città cresce attorno al templum, come sua esternazione, proiezione dell’edificio sacro, articolazione sacra, “chiesa” urbanizzata, costruita dentro un solco inciso da una spada applicata all’aratro, all’urbum. “L’antico romano sapeva che il cardo lungo il quale camminava era parallelo all’asse intorno a cui rotava il sole e sapeva di seguire il corso di questo allorché percorreva il decumanus; egli era in grado di decifrare, in base alle istituzioni civiche, il significato del cosmo e ciò lo faceva sentire intimamente inserito in esso”. L’urbanistica era teologia pietrificata, arte doppiamente sacra in quanto prassi devozionale e attività mentale di edifici pensati per essere realizzati così come erano stati pensati, misticamente intuiti, forse, elaborazioni immateriali e costruzioni immediatamente realizzati, senza ulteriori mediazioni (Sovrintendenza, Ufficio Tecnico del Comune, Assessorato del ramo cchiccèppimmia e… così via).

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L’età moderna in Sicilia fu un periodo di fondazione di città. Dal 1583 al 1748 i comuni siciliani passarono da 195 a 326. Quasi tutto l’incremento fu dovuto all’iniziativa dell’aristocrazia. E crebbe il potere religioso parallelamente a quello signorile, ospitato nei palazzi delle piccole corti patrizie, affollate – per dirla con Mimmo Ligresti (Le piccole corti aristocratiche nella Sicilia ‘spagnola’, in A.S.S.O.,1998) – da musici, orafi, argentieri, preti e letterati. Posti al centro, simbolico ed effettuale, delle nuove città, popolate da contadini immigrati per costituire i dormitori delle terre messe a coltura del grano richiesto dal trend della domanda internazionale, i palazzi aristocratici preludono, prefigurano gli spazi religiosi per quel “collegamento con la sfera religiosa [che] è di antica data. [La nobiltà] si rimodella sul concetto cortigiano di sacralizzazione e, se legittimamente il sovrano e la sua casata sono posti dalla Provvidenza divina nell’alto ruolo che gli compete e gli si riconosce, la stessa Provvidenza non manca di attribuire i suoi favori e la sua protezione alle famiglie della nobiltà elevando i suoi componenti agli altari tra i beati e i santi […]. La prima preoccupazione dei signori è quella di erigere e finanziare conventi e chiese, di renderli decorosi e ricchi di parati e di arredi, di sostenere il clero, di istituire e dotare opere pie e confraternite. La contropartita consiste nel ruolo egemone che la famiglia stabilisce con il luogo sacro che diventa il simbolo di un rapporto privilegiato con la divinità attraverso il culto speciale e consapevolmente orientato dei santi intercessori o dei nuovi santi che il movimento riformatore pone in auge”.

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Altri tempi (e non molto lontani) quelli dove il costruire edifici e città si teneva accosto al “sacro”! Ai nostri tempi e nelle nostre plaghe l’urbanistica non si pensa, non è un’attività mentale; è l’elenco delle leggi e delle circolari ministeriali, regionali e comunali che dovrebbero sottostare all’idea di città. Invece è la prassi di don Lollò Zirafa, il personaggio della novella pirandelliana, La giara, ossessionato e “mezzo rovinato” dalla carta bollata. Ogni questione relativo alle sue terre a Primosole lo faceva correre dal consulente legale. Sellava la mula e andava dall’avvocato, fino a quando, questi, non gli regalò un libricino, discreto quanto un Messale, il calepino che divenne la sua bussola per orientarsi e decifrare il mondo. Nella redazione di un Piano Regolatore (per quanto possa essere presuntuoso l’azzardo pianificatore di un organismo vivo quale l’insieme degli abitanti di un territorio) l’urbanista dei nostri giorni non somiglia a Romolo, ma a don Lollò. La differenza tra il mundus dell’urbs e le città odierne è evidente, come quella tra il Romolo-don Lollò che è diverso tra una città e un’altra.               

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Nella sua Prima lezione di urbanistica (Laterza, Bari 2000) Bernardo Secchi dava una definizione che dovrebbe essere tenuta in gran conto dagli amministratori del territorio: “Pe urbanistica intendo […] non tanto un insieme di opere, di progetti, di teorie o di norme unificate da un tema, da un linguaggio e da un’organizzazione discorsiva, tanto meno intendo un settore d’insegnamento, bensì le tracce di un vasto insieme di pratiche: quello del continuo e consapevole modificare lo stato del territorio e delle città”. Un sapere storico informato all’idea, al progetto della città passata e futura. Siamo dinnanzi alla classificazione di un’attività che vuole controllare con consapevolezza storica la forma assunta dall’oggetto di studio. Somma di saperi, quindi, che definiscono la forma urbana: saperi alti e bassi, colti e praticati (senza saperli, i saperi, ma non per questo meno strutturati o legittimi di quelli statuiti istituzionalmente, accademicamente, scientificamente).

La forma urbana, la forma assunta dai luoghi di insediamento umano, rimanda a un’idea, più o meno consapevole, rimanda all’idea di città su cui chiaramente ha insistito Joseph Rykwert riprendendo ad epigrafe del suo saggio un’abbagliante considerazione di Italo Calvino: “[E’] inutile stabilire se Zenobia sia da classificare tra le città felici o tra quelle infelici. Non è in queste due specie che ha senso dividere le città, ma in altre due: quelle che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati”. Da noi nessun’idea, nessuna storia dell’idea che ha dato forma alla città. La nostra è una città “sformata” che sale da Porta Uzeda, spalle al mare, risorsa mai coltivata, per un anelito verso la montagna che l’ha ripetutamente distrutta, violata. E le responsabilità, complici e beote, sono imputabili agli “urbanisti” che, smessi o mai indossati gli abiti sacerdotali dei fondatori di città (luogo umano dello spazio celeste o replica bassa del cosmos alto), si sono tramutati e declassati a don Lollò, a poveretti che cercano l’uscita dalla trappola urbana, dalla giara, usano il calepino, la raccolta di leggi e circolari che inchiodano nella giara, costringendo Zì Dima a romperla, la giara. Un’urbanistica del calepino che solidarizza con l’abusivismo di massa e di governo, per il cattivo gusto e l’irrazionalità dell’uso del territorio.

Rileggiamo ancora Secchi: “Gli urbanisti hanno molte responsabilità [nella perdita di prestigio originata negli anni Sessanta del secolo scorso]: alla ricerca di una più evidente definizione del proprio posto nella società, di uno statuto forte per la propria disciplina, di una riconoscibile autonomia del proprio campo disciplinare e soprattutto di una sempre più spinta istituzionalizzazione delle pratiche che promuovevano, essi hanno fortemente contribuito a una progressiva formalizzazione burocratica dell’urbanistica, a un assorbimento delle pratiche urbanistiche entro le pratiche amministrative, sempre più legandosi a specifiche tradizioni giuridiche e tecnico-amministrative e a una concezione formale dei rapporti sociali, a un’idea procedurale del fare”. Don Lollò, ecco! Il suggerimento è ovvio: bisogna uscire dalle tradizioni giuridico-amministrative che soffocano i desideri, i bisogni, il futuro della città. Nulla di meglio per dotarsi di una bussola (gli uccelli augurali di Romolo), di paradigmi orientativi, di azzardi intuitivi, anche, per l’individuazione dl futuro urbano che celebrare la mummia disfatta del passato. Bisogna ri-sacrificare la città. Consegnandola alla sacra mens, al sacerdozio romuleo. Ma…

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Nel caso del water-front catanese, capriccio dei terremoti e delle lave etnee, è illuminante una considerazione di Salvatore Lo Presti de Gli ordinamenti marittimi di Catania XV-XVIII secolo, Il lunario, Enna 1997), a commento della decisione presa da Alfonso d’Aragona al fine di potenziare il porto della città di Catania (contemporaneamente dotata di un’Università di servizio dei suoi progetti mediterranei e per la formazione di una tecno-struttura intellettuale alternativa al lascito burocratico degli Svevi prima e degli Angioini dopo). Indubbiamente, nella prima metà del secolo XV, i traffici mercantili marittimi ebbero in Sicilia un periodo di intensa attività, grazie anche alla politica d’espansione orientale e africana intrapresa da Alfonso ‘il Magnanimo’. Quanto all’Africa fin dal 1432 egli fece ogni sforzo per assicurarsi l’amicizia Abu ‘Omar Ohtmân, re di Tunisi, riuscendo a stipulare un accordo, nel 1444, per lo scambio degli schiavi dei rispettivi regni. Ma le sue mire furono, soprattutto, rivolte al vasto disegno di costituire sulle rovine dell’impero bizantino una fortissima signoria che fosse il naturale baluardo dell’Europa contro le invasioni asiatiche, non solo, ma anche agevole via di traffico tra l’Oriente e l’Occidente, al centro della quale Napoli sarebbe stata la potente e doviziosa metropoli. A questo scopo, stabilendo relazioni, iniziando negoziati e alleanze, tentò di fare rivivere gli antichi diritti della corona di Napoli sull’Albania e sulla Grecia. Nel 1448 prese contatto con Demetrio Paleologo, con la cui famiglia si iniziarono financo pratiche matrimoniali; di poi, con Giovanni Castriota, il celebre eroe albanese, il quale nel 1452, in virtù della dominazione angioina, riconosceva i diritti del regno di Napoli sulle terre di cui era signore; e l’anno appresso, con Leonardo II Tocco, conte di Cefalonia e di altri feudi greci, che gli si assoggettò. Finché nel 1453, dopo essersi accordato con altri signori balcanici, partecipò alla spedizione con le galee di Nicolò V di Negroponte e aderì solennemente alla Crociata”.

Non si tratta – a riparo dalle critiche immancabili dei puntuali “cretini cognitivi” fittamente annidati e largamente rappresentati tra gli alfabetizzati istituzionali – di promuovere una crociata per la conquista di Istanbul, ma si vuole evidenziare che la portualità meridionale, come di qualsiasi altra parte del mondo-mare, del maritorio, ha il senso di un’idea che può essere geopolitica o limitata a quella dei pescatori di canna, di rete e di altura o a quella degli spedizionieri o a quella della città tutta, comprensiva di portuali, poeti, perdigiorno, sovranisti, terzomondisti, euromediterranei, cittadini, montanari, campagnoli, immigrati…

L’urbanistica catanese non ha idea della forma che deve assumere la costa cittadina. I “progetti” sono stati generici o di miope corporativismo, vaghe dichiarazioni di intenti o micro-funzionali a esigenze che parzialmente riguardano la città. Una portualità mediterranea che vede schizzare in alto le statistiche del tasso di sviluppo o di operosità di luoghi come Porto Said o Damietta o Tangeri o Dubai o Algeri con i suoi approdi di Djndjen, Bèjaia, Skikda, Amaba, Orano, Algeciras o il Pireo o Cipro o Smirne o Enfidha nel golfo di Hammamet. Tutte sedi di grandi investimenti delle “shipping companies” internazionali (cinesi, indiane, arabe, maltesi, francesi) specializzate nella movimentazione dei containers e nell’urbanistica dei trasporti intermodali (acqua, terra, aria). Insomma, mentre altrove per i dirimpettai è tutto un sommovimento sull’affaccio a mare, a Catania non si vede il water-front se non per quei lungimiranti della passeggiata a mare lungo i binari della Stazione ferroviaria e del semicupio dei bagni estivi alla Playa!

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“L’edilizia deve avere a che fare con la creazione di luoghi”. Il luogo è uno spazio che si fa concreto, si carica di significati grazie al progetto di manufatti edili (dal monumento alla strada, al singolo edificio) che hanno valenza metaforica. L’aforisma su riportato conclude un’altra ricerca di Joseph Rykwert, La seduzione del luogo. Storia e futuro della città (Einaudi, Torino 2003) che insegna “come trovare un luogo nello spazio”. O come liberare uno spazio da un luogo indebitamente o scriteriatamente fondato (quali, ad esempio, gli archi della marina del viadotto ferroviario di Catania) e permettere la costruzione di un altro luogo, ridisegnato da nuovi punti di riferimento, rinato ad area risorsa. Interrare la ferrovia, sottrarre gli archi della marina da Piazza della Statua alla Pescheria, cancellare quell’incubo sui passanti, sbendare gli occhi degli abitanti ciechi al mare, ostaggi incolpevoli (?) di una credenza superstiziosa e minacciosa, come una vescica cistosa sulla testa.

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