BLACK LIVES MATTER – BRUXELLES: LA PANDEMIA DEL RAZZISMO CONTRO OGNI MINORANZA

Articolo di Simone Rinaldi

Foto di Simone Rinaldi

Foto di Pietro Emili

Ieri, Venerdì 5 Giungo, è stata approvata dalle autorità competenti di Bruxelles una protesta statica #BlackLivesMatter dopo una mattinata di mediazioni. L’autorizzazione era limitata a Place Poelaert, di fronte al palazzo di giustizia, nel pieno centro di Bruxelles. Oggi, Sabato 6 Giugno, la manifestazione iniziata intorno alle tre del pomeriggio si è mantenuta pacifica fino a pochi minuti dalla conclusione, quando un gruppo di circa un centinaio di persone ha iniziato a ingaggiare direttamente la polizia con lancio di oggetti. La polizia ha fatto ricorso ai cannoni ad acqua e a qualche carica per disperdere la folla. Le auto della polizia belga sono state il primo bersaglio dei manifestanti seguite da vetrine, fermate del bus, cestini della spazzatura e diverse altre proprietà pubbliche e private. La semplice cronaca di una manifestazione come tante, un copione visto più volte in questi giorni non solo nella europeissima Bruxelles ma un po’ in tutto il mondo.

Pochi giorni fa, Erik Labourdette, pompiere brussellese e presidente del sindacato SLFP è stato denunciato per commenti razzisti sui social media. Nulla a che vedere con l’omicidio di George Floyd, tuttavia ci indica che c’è tuttora un problema sociale di disuguaglianza e ignoranza che tocca le vite di tutti e le campagne politiche di alcuni, sia dentro che fuori i confini nazionali. Dietro l’hashtag BlackLivesMatter ci sono le più nobili intenzioni di combattere un male che è sicuramente pandemico e che non può essere tenuto sotto controllo con il distanziamento sociale. Ci si dimentica spesso che il problema non riguarda soltanto gli afro-americani. Basti pensare alle etnie Ainu, Burakumin, Ryukyuani, da tempi immemori discriminate in Giappone. E ancora l’apartheid in Sud Africa, il conflitto tra Hutu e Tutsi, l’antisemitismo e infiniti esempi di nord contro sud ed est contro ovest. Il problema è dimenticarsi spesso che scientificamente, biologicamente, si appartiene tutti alla razza umana. Le differenze sono sempre state motivo di scontro, causato dall’innato bisogno di sentirsi parte di quella minoranza che è nel giusto, perché siamo tutti parte di una minoranza in qualche modo e tutti vogliamo essere parte della minoranza migliore.

Le generalizzazioni sono le più alte forme di attrazione per l’errore, eppure, consapevoli di questo, si continua a farne ampissimo uso. La brutalità della polizia, considerata spesso come un unico corpo che trascende i confini di stato e le individualità di cui è formata, è una di quelle generalizzazioni che ci spinge all’errore. Altrettanto errato è considerare chiunque indossi una divisa – o un camice – come un eroe in maniera universale e a prescindere dalla sua attitudine e dal merito.

Nella stragrande maggioranza dei casi, questa tipologia di manifestazioni viene condotta in maniera completamente pacifica. La non-violenza ha portato i più grandi risultati nell’ambito dei diritti civili e della libertà. La pandemia in corso e l’invito a coprirsi il volto con una mascherina ha fornito a molti la tentazione dell’anonimato che ammalia e ci consente di prenderci “libertà” che non ci saremmo presi in circostanze diverse. Questo elemento non è forse stato preso in considerazione con l’attenzione che meritava da parte di chi è chiamato a gestire il comparto sicurezza che ruota attorno a una manifestazione. Unitamente alla voglia di trasgredire, le regole ferree di un lockdown che ha fermato il mondo per mesi, hanno sicuramente contribuito a una crescita di sentimenti rabbiosi che vanno a collimare con la tensione sociale del periodo in cui stiamo vivendo. 

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