EUGENE W. SMITH, MINAMATA, LA MIA RINASCITA

di Angelo Di Giorgio

Quando su Facebook qualche giorno fa mi sono trovato all’improvviso davanti la locandina del film “Minamata“, dedicato alla meravigliosa epopea di Eugene W. Smith, sono stato travolto da una fortissima emozione. Il post era di Alessandro, giovane fotografo che ho il piacere di annoverare fra i miei collaboratori. Alla mia reazione mi ha rammentato una serata passata a parlare di Smith da lui, ricordata con nostalgia. Ho condiviso quel post anche sulla pagina ufficiale di Gerta, perché Smith c’entra molto con la nascita di questa che rimane un’esperienza unica nel panorama italiano. Subito condivisa da Carlo che nel suo commento ricordava come la foto simbolo di Minamata e quella storia, da lui incontrata nel corso dei laboratori sperimentali tenuti da Stefania Mazzone e me a Scienze Politiche, erano all’origine della sua scelta di fare della fotografia il suo lavoro.

Ecco, questa è la cifra di Smith e della sua incredibile storia, chi vi si imbatte non può rimanere indifferente, ne viene segnato in un modo o nell’altro, quindi ho deciso di raccontarla ancora una volta questa bellissima favola moderna, e di raccontare come quella foto mi ha salvato la vita.

Era la fine degli anni settanta quando, appena ventenne, mi imbattei nell’immagine iconica della straordinaria impresa fotografica, ma soprattutto umana di Smith. Si trattava di una mostra a lui dedicata in quel di Padova, all’epoca la mia mente era invasa dal poliforme e caleidoscopico fragore del movimento giovanile che occupava e colorava le nostre città, con i suoi sogni, le sue utopie e, purtroppo, le sue illusioni. Per un attimo, solo un attimo, dimenticai che avevo il mondo da cambiare, i cattivi da castigare, gli sfruttati da liberare dalle loro catene. Per un’istante, un meraviglioso unico istante, un’onda emotiva mi colpì al petto come un maglio, che cos’era quell’immagine? Chi era quel fotografo? Come aveva fatto a rendere così dolcemente poetica la rappresentazione di quel dramma? Un attimo, poi il militante rivoluzionario prese di nuovo il sopravvento e proseguii per la mia strada.

Demmo l’assalto al cielo, respinti piombammo giù come angeli caduti, inghiottiti in un buco nero di repressione, sangue, galera; molti di noi trascorsero gli anni migliori in una cella, altri (tanti) si avvitarono nella disperazione e furono facile preda dell’eroina, qualcuno si tolse la vita, la maggior parte andò avanti rientrando nei ranghi. Anch’io stavo per perdermi nei meandri del mio Io ferito. Fui fortunato, però, sul mio tracciato esistenziale, ormai deragliato, (ri)trovai la Fotografia, il mestiere dei miei avi, il pane quotidiano per cinque generazioni dei Di Giorgio, questa cosa meravigliosa che ancora mi emoziona, mi fa sognare, immarcescibile, incorruttibile, inafferrabile per i più (mi fanno ridere quelli che pensano che una fotocamera basti per essere un Fotografo).

Divenni un fotoreporter, mi sembrava un film, mi pagavano perfino, e l’emozione nel vedere il mio nome in calce alle mie immagini non aveva prezzo. Fu così, durante la realizzazione di un reportage sulla caduta del muro di Berlino, che ritrovai Smith. Intendiamoci, in realtà quella sua straordinaria foto non mi aveva mai abbandonato, semplicemente la vita a volte ti travolge, ti afferra in un valzer di emozioni, azioni, speranze, sogni realizzati o svaniti, bruci il tempo, lo ingoi a sorsi avidi ed inconsapevoli, poi qualcosa accade.

Ero nella sala d’aspetto di un laboratorio di trattamento dei film in bianco e nero, ancora frastornato dal fragore di quel crollo improvviso, due giorni e due notti senza dormire, inghiottito dalla gioia irrefrenabile dei berlinesi. Avevo inseguito migliaia di scalpelli e picconi che attaccavano quel muro un tempo invalicabile, quasi soffocato in quella calca, strizzato fra corpi e urla, risate e lacrime. Un libro fotografico attirò la mia attenzione, era in tedesco e, per fortuna, anche in inglese, in copertina c’era lei, la straordinaria Madonna di Minamata, il miracolo di Smith. Quell’immagine mi era rimbalzata in testa per anni, all’epoca su Smith non c’era molto. Conosciuto perlopiù tra gli addetti ai lavori, Smith non aveva avuto quella traiettoria fulminante, quella popolarità internazionale di fotografi come Capa o Bresson, internet era ad uno stadio molto primitivo, non era ancora quell’inesauribile fonte di informazioni che sarebbe diventata negli anni successivi. Da quel momento Smith divenne per me un chiodo fisso, cercai e trovai tutto quello che era stato pubblicato, ordinai perfino e quasi alla cieca un libro da una piccola casa editrice specializzata con sede in California, costò un botto ma ne valeva la pena, c’era tutto, compreso un estratto del suo monumentale saggio su Pittsburgh, una folgorazione! Anni dopo nell’affrontare la sfida (meravigliosa) dei Laboratori Sperimentali di Fotogiornalismo all’Università, creai una lezione esclusivamente dedicata a Smith, fu per me un’indicibile emozione, ma ciò che mi colpì di più fu la reazione degli studenti. Realizzai quanto l’epopea di Minamata racchiudesse in sé un formidabile potenziale formativo, l’esempio di quel cavaliere senza macchia e senza paura, armato solo della sua fotocamera. Era tutto il contrario di una cultura che proponeva (e propone) l’idea che l’unica cosa che conta è vincere, fare carriera, avere successo, accaparrarsi un posto al sole, non essere un perdente. Raccontare Smith, la sua straordinaria opera, la sua difficile e travagliata esistenza necessiterebbe chilometri di testo, impossibile in questa sede. Quando, insieme a Stefania Mazzone, riapriremo il percorso dei Laboratori Sperimentali, Smith avrà, come è giusto che sia, un posto speciale. Per adesso vorrei brevemente riassumere i tratti salienti della biografia di Eugene Smith, per soffermarmi più diffusamente su quell’immagine iconica, emblematica conosciuta come “la Madonna di Minamata”.

Smith è definito a torto un fotografo di guerra, nel senso che la sua azione in fotografia ha una vastissima latitudine. È vero, seguì la guerra del Pacifico, ed in particolare la terribile battaglia di Okinawa, ma il suo colossale impegno in fotografia può essere a pieno titolo definito come umanistico e compassionevole, è l’inventore del saggio fotografico, i suoi soggetti erano spesso assai distanti dagli argomenti trattati di solito dalla stampa. Fotografa un medico condotto, poi una levatrice di colore, inizia a produrre un colossale servizio su Pittsburgh, in coordinamento con Magnum, che non completerà mai. Si immerge nella follia, le sue immagini del manicomio di Haiti sono incredibili; una in particolare gli costa giorni e giorni di camera oscura, per ottenere il bianco che vuole usa il ferricianuro, per le ombre ed i neri si affida alla sua maestria. Smith era stato un enfant prodige: a tredici anni era già corrispondente di diverse testate (la scuola da lui frequentata gli attrezzò perfino una camera oscura). La morte del padre, suicidatosi per un rovescio economico quando Eugene ha solo sedici anni, lo segna profondamente, il suo tormento interiore lo caratterizza come uomo e come fotografo, traspare dalle sue immagini. Era un perfezionista, quando va a scovare in Africa il dottor Schweitzer (figura iconica ed eclettica a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del Novecento, vincitore di un Nobel) interviene in fase di stampa sul negativo di una foto, aggiunge la silhouette di una sega da falegname in primo piano, “sporcando” volutamente l’immagine per darle il senso che voleva. In Spagna riproduce la luce descritta da Hemingway in “Per chi suona la campana” e realizza uno scatto durante una veglia funebre che è una citazione della luce “caravaggesca”, utilizza artifizi insoliti per un reporter (come flash decentrati ad esempio). La sua formazione è il pittorialismo fotografico, questo suo istinto rimarrà costante e, come vedremo più avanti, risulterà prezioso nel creare il capolavoro rappresentato dal ritratto di Tomoko Uemura insieme alla madre a Minamata.

Quando viene coinvolto in quella che sarà l’avventura umana e professionale più importante della sua vita, Smith è un uomo anziano e deluso dal mondo. Per anni si è autorecluso nel suo appartamento di New York, fotografando dalla stessa finestra lo stesso angolo di strada (tra l’altro con risultati sorprendenti) quando Robert Hayes direttore di Life Magazine gli propone di tornare in Giappone per realizzare un reportage su un piccolo villaggio di pescatori, Minamata, dove decine di persone sono vittime di un male oscuro. All’inizio Smith rifiuta, sarà l’insistenza di Aileen  Mioko (sua moglie) a convincerlo ad accettare. Quella storia risveglia in lui l’idea che il fotogiornalismo può essere una missione, l’occhio del mondo sull’ingiustizia. Del resto le immagini di Nick Hut, Tim Page, Horst Faas, non avevano forse mostrato a tutti quanto crudele ed insensata fosse la guerra che la superpotenza americana conduceva contro un piccolo popolo di contadini in Vietnam?

Si imbarcò in una missione all’apparenza suicida, da un lato la Chisso, una potentissima corporation dell’industria chimica, dall’altro un piccolo villaggio di pescatori; in mezzo lui, Gene, e le sue inseparabili Minolta.

I pescatori di Minamata, gente semplice, frugale, abituata a vivere con quello che offriva loro il mare, subivano da anni le conseguenze dello sversamento nelle acque limitrofe di enormi quantità di metilmercurio, un prodotto di scarto dei processi produttivi di un’industria di lavorazioni chimiche, la Chisso Corporation, un gigante con forti legami con la politica e le autorità; dal 1932 al 1968 la Chisso Ltd ha continuato ad inquinare in modo devastante le acque costiere. Anche se erano già noti gli effetti da intossicazione acuta da mercurio, incurante delle conseguenze sull’ambiente e sulla salute degli abitanti della zona che ingerivano il micidiale veleno attraverso il pesce (non solo Minamata, uno studio condotto dal 2002 al 2008  ha rinvenuto massicce presenze di metilmercurio nella carne di delfino abitualmente consumata nelle aree costiere del sud del Giappone, a dimostrazione della profondità e durata nel tempo degli effetti di questo tipo di inquinamento). La sindrome clinica conseguente alla massiccia esposizione al mercurio comporta sintomi gravemente invalidanti e, non di rado, la morte. Il “morbo di Minamata” è causa di atassia, parestesie agli arti superiori e inferiori, perdita di funzionalità dei muscoli, indebolimento del campo visivo, danneggia gravemente l’udito e causa difficoltà nell’articolare le parole, può causare disordine mentale, paralisi, coma e morte, viene trasmessa in forma congenita al feto durante la gravidanza. Migliaia le vittime nel piccolo villaggio: si calcola che ad oggi almeno 1.784 abitanti di Minamata siano deceduti per le conseguenze dell’intossicazione acuta da mercurio, molti di più coloro che pur essendo sopravvissuti hanno riportato gravi o gravissimi danni permanenti.

Quando Gene Smith e Aileen giungono a Minamata trovano una comunità demoralizzata e rassegnata, tutte le loro proteste e rimostranze si erano rivelate inutili, le richieste di riparazione economica nei confronti della Chisso Corporation si erano infrante contro un muro di connivenze e complicità che giungeva fino a componenti del governo. La Chisso non disdegnava di rivolgersi alla famigerata Yacuza, la mafia giapponese per intimidire i più combattivi, un quadro desolante che avrebbe indotto chiunque a rinunciare. Ma Smith non è un uomo qualunque, ha la stoffa dell’eroe, sente sulla sua pelle quella terribile ingiustizia, rimarrà a Minamata per anni, documentando gli effetti sulle vittime, le devastazioni all’ambiente, producendo insieme ad Aileen reportage che diverranno mostre e libri. Tutto sembra inutile di fronte al muro di gomma degli interessi economici e politici che stanno dietro la Chisso. La perseveranza, la tenacia di Smith però hanno l’effetto di unire la gente del villaggio, quello yankee spilungone con la sua aria da intellettuale bohemienne, il suo attaccamento alla loro causa, il suo l’incredibile coraggio, la sua costante e quotidiana vicinanza umana, li convincono a lottare; quel Davide e la sua fionda a forma di fotocamera sfidavano l’orrido Golia (e i giapponesi conoscono il valore del coraggio). La sua insistenza è tale da causare la reazione criminale della Chisso: un gruppo di mafiosi viene incaricato di dargli una lezione, viene sottoposto ad un duro pestaggio, riporterà danni seri, alcuni permanenti, ma Gene ha il cuore di una tigre, il suo animo gentile e sensibile si è ormai legato indissolubilmente a quei bambini deformi, a quegli occhi a mandorla che lo guardano fiduciosi. Nulla potrà indurlo ad abbandonarli al loro destino, nulla.

Occorre però che Smith faccia ricorso al genio che gli scorre nelle vene, quella misteriosa e rara capacità che alcuni possiedono di “vedere” oltre lo sguardo: bisogna fotografare l’invisibile, dare corpo all’orrore trasformandolo in poesia, e lui lo fa, e nel farlo dona al mondo una delle immagini più belle, evocative, dolcemente struggenti della storia della fotografia, un capolavoro, una scultura di pura luce interiore: la Madonna di Minamata.

Ho studiato quella foto per anni, l’ho sottoposta ad estenuanti interrogatori, l’ho girata, rigirata, rovesciata, inclinata, divisa in sezioni, ho cercato di carpirne i più reconditi segreti, l’ho amata, detestata, ammirata, invidiata, mi ha dato coraggio in momenti bui, mi ha commosso fino alle lacrime, e quando, dopo molto tempo, ho avuto come un’illuminazione, la presunzione di averne catturato il profondo significato, il gioiello prezioso che Eugene W. Smith ha occultato al suo interno si è improvvisamente e semplicemente mostrato ai miei occhi, abbagliandomi.

A prima vista si tratta di un’immagine di scioccante denuncia, e lo è, lo è senz’altro. Quella foto pubblicata su Life Magazine ha improvvisamente acceso i riflettori su quella incredibile ingiustizia: se molte delle vittime hanno nel corso degli anni ottenuto il risarcimento economico da parte della Chisso lo si deve a quello scatto, una foto dove Smith fa ricorso alla sua maestria, al suo istinto pittorico. Ma è il coronamento di anni di lavoro, per entrare così in confidenza con i soggetti ritratti, per generare quella magica empatia, ci vuole una vera vicinanza sul piano umano, bisogna identificarsi con l’altro da sé che si inquadra nel mirino della fotocamera. Chi ha praticato questo mestiere sa bene come ciò sia difficile, fare il fotoreporter umanistico è una scelta di vita, una missione, devi intendere la fotografia come uno strumento, la continuazione della lotta contro l’ingiustizia con altri mezzi. Smith ha dedicato anni della sua vita ed immensi sacrifici per arrivare a quell’istante, unico, irripetibile, il momento per dirla con Bresson in cui “mente, cuore ed occhio sono sulla stessa linea di mira”.

Smith utilizza l’arte come un’arma, corregge ed integra con almeno un servoflash nascosto in basso a sinistra la combinazione di luce ed ombre che disegnano il corpo deforme di Tomoko ed il volto che sembra risplendere di luce propria della madre. Il risultato è un pugno nello stomaco, un urlo silenzioso quanto assordante, uno sguardo rispettoso, partecipe, una condanna senz’appello dei responsabili di quello scempio.

Ma io ritengo che al piano di lettura “essoterico” di quest’opera sublime bisogna aggiungerne un altro, più profondo, un significato che attiene al senso stesso della condizione umana. Protagonista di questa straordinaria e quasi metafisica immagine è la domanda che tutti gli esseri umani si sono posti almeno una volta, tutti, di qualunque estrazione sociale, religione, etnia, nazionalità, cultura: Perché? 

L’essere umano è depositario di un dono che è al tempo stesso una condanna. Per quel che ne sappiamo è l’unico essere vivente su questo pianeta ad avere la consapevolezza che quando è nato ha iniziato un ineluttabile cammino verso la fine; l’incombenza, l’ineluttabilità della morte, il suo essere certa per noi e per tutto ciò che amiamo ci unisce tutti, si scontra fragorosamente con l’altra nostra natura, perché noi siamo carne e osso, sangue e lacrime, siamo materia soggetta al decadimento; ma siamo anche altro, dentro di noi arde la scintilla che un dio minore ci ha concesso nello scaraventarci quaggiù, la nostra mente contiene il pensiero creativo, possiamo “vedere” l’universo intero, andare oltre il visibile, concepire l’inconcepibile, in noi si agita e freme un frammento di infinito, qualcosa che è fatto della stessa sostanza dei sogni.

Perché? Perché devo conoscere, imparare, lottare, amare, perché devo rimanere senza fiato davanti al sole che va a dormire, perché devo provare l’immensa dolcezza dell’abbraccio di un bimbo, perché il primo amore, il primo bacio, il primo cuore infranto, perché l’orgoglio della vittoria con sacrificio, perché il languore dell’attesa amorosa, perché la prima luce del mattino, perché dovrò dire addio ai volti cari, perché tutti questi momenti, queste emozioni, queste gioie, questi dolori, scorreranno via come lacrime nella pioggia, perché?

Come tutti noi Smith si è posto questa domanda per tutta la vita, il suo travaglio interiore, il suo “mal de vivre” si stagliano con chiarezza dietro la sua biografia e le sue straordinarie foto. Io ritengo che la foto simbolo di Minamata sia il suo testamento spirituale, non importa se lui ne fosse consapevole o meno: quella foto è la sintesi finale dell’umana condizione, la risposta.

Possiamo dividerla in due sezioni: una superiore, la signora Ryoko Uemura, la madre, e una inferiore, Tomoko, sua figlia.

Tomoko, il Cristo deforme così poeticamente raffigurato, è l’immagine stessa della natura umana criminale e al tempo stesso della sua natura fragile e caduca. Esseri umani per pura cupidigia sono capaci di causare ai propri simili dolori indicibili, indifferenti, impermeabili a qualunque “pietas” (nel doppio significato) conducono un’esistenza al cui centro c’è l’effimero, il superfluo, oserei dire l’inutile; denaro, potere, fama, orpelli che individui totalmente inconsapevoli della reale essenza della condizione umana accumulano con famelica voracità. Raffigurazione plastica dell’apparente nonsense della vita, Tomoko è al tempo stesso rappresentazione del male subito e di quello agito, le sue forme asimmetriche richiamano alla mente la fatidica domanda: Perché?

Ryoko, la Madonna che regge tra le braccia con orgoglio quel groviglio di dolore, il suo volto non mostra rimpianti né stanchezza, la sua vita è totalmente dedita a quella figlia bisognosa di tutto, deve nutrirla, pulirla, vegliarla, girarla nel letto ad intervalli regolari per evitarle il decubito nelle carni, una simbiosi fatta di sofferenza e fatica, tutto il giorno, tutti i giorni. Ci ricorda come l’uomo sia capace anche di qualcosa di misterioso ed insondabile, qualcosa che ne rivela la “divinità”, Rioko ne è portatrice, il suo sguardo compassionevole è pieno d’Amore, un Amore senza limiti o condizioni, la forma più alta e pura dell’essere umano. Quelle braccia rappresentano quelle di tutte le madri, reggono il mondo intero. Questa la risposta, l’Amore è la risposta, la forza più potente dell’universo. Amate, ci esorta Smith, e vivrete per sempre, un solo istante può essere immortale, non finire mai. L’Amore lenisce ogni dolore, sana tutte le piaghe, dissolve le tenebre dell’odio e dell’indifferenza. 

In un piccolo villaggio di pescatori sulla costa giapponese c’è un monumento, raffigura un eroe, non brandisce spade, si chiamava Eugene W. Smith che, armato di una Minolta e del suo cuore, ha sconfitto il drago. Poi è scomparso cavalcando oltre l’orizzonte.  

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