PANDEMIA E FEDE CRISTIANA – La fede? Sì, ci salva non dal morire, ma dalla morte!

Articolo di Michelangelo Franchino*

Foto di Carlo Arcidiacono

Cara Stefania, “sorella maggiore”, stamattina nel giorno di Pasqua ti ho raggiunto con un messaggio per sentirci vicini e tu, come sempre, mi hai spiazzato: “Amico mio, lo faresti un pezzo su pandemia e fede? Sarebbe bello se riuscissi a farlo oggi che è Pasqua” ed io, con la mia solita forza dell’incosciente che si lancia sempre nelle situazioni difficili e complicate, accolgo la richiesta e condivido quanto fino ad oggi sono riuscito, tra smarrimento e paure più o meno condivise, ad immagazzinare nella mia mente e nel mio cuore. La mia riflessione parte dall’inizio di questa terribile pandemia. 

Alcuni commentatori hanno messo in evidenza l’irrilevanza della Chiesa, espulsa dalla scena pubblica e incapace di diventare un punto di riferimento e ridotta a debole cassa di risonanza delle giuste direttive del governo. Onestamente anche io in quanto prete, immediatamente mi sono chiesto se, quanto abbiamo fatto sinora, reggerà la prova con questa realtà, che è molto diversa da come pensavamo e che forse chiede risposte altrettanto diverse. In questi lunghi e difficili giorni di sofferenza dovuta alla diffusione globale della pandemia da Covid-19 sperimentiamo tutti fino a che punto, al di là delle differenze e distanze geografiche, sociali, religiose e culturali tutto sia connesso: politica e vita quotidiana; salute, ecologia e fede; economia e società. Di questa interconnessione papa Francesco ha parlato il 27 marzo u.s., nel messaggio Urbi et Orbi durante il momento di preghiera in quella sera oramai memorabile. «La “tempesta” del coronavirus ha inaugurato il tempo del “nostro giudizio” – ha detto il Papa – è “il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso Dio e verso gli altri». Francesco riconosce questo tempo di prova come un’occasione di conversione non solo religiosa, ma politica, sociale e umana. 

Non perché io sia di parte, ma è da quella sera che io vedo una Chiesa non irrilevante, ma presente e, paradossalmente, più vicina al mondo di quanto già non lo fosse prima. Quindi, non avulsa dalla realtà, fuori dal coro, ma incarnata e integrata, hic et nunc, cioè “qui ed ora”, nella storia.  

Ma essa è presente, secondo me, non dimenticando che cos’è, affrontando, il nemico invisibile, con un’ottica cristiana, secondo alcuni princìpi di fondo e in particolare, sul piano umano e sociale, «con gli anticorpi della solidarietà». Questa volta però i documenti ufficiali sono stati preceduti dalle azioni concrete a tutti i livelli.

Il Papa, anzitutto, ci ha ricordato che siamo tutti «sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari». È interessante che la messa mattutina di Francesco da Casa Santa Marta in questi giorni venga trasmessa oltre che dalla tv dei cattolici italiani anche dal primo canale della TV pubblica.

La Cei, attraverso il sito Chi ci si separerà?, ha messo in rete tutta una serie di iniziative promosse dalle varie diocesi e realtà ecclesialimettendo al centro dell’attenzione una Chiesa concreta con una serie di gesti che hanno coinvolto una grande platea a livello mondiale. Essa ha anche previsto un aiuto straordinario dell’entità di 200 milioni di euro «per sostenere persone e famiglie in situazioni di povertà o di necessità, enti e associazioni che operano per il superamento dell’emergenza provocata dalla pandemia, enti ecclesiastici in situazioni di difficoltà». I 200 milioni di euro, provengono dall’ otto per mille che i cittadini destinano alla Chiesa Cattolica e sono stati recuperati dalla finalità a cui erano stati destinati, essenzialmente l’edilizia di culto. «L’ erogazione – sottolinea la nota della CEI n.31/2020 dell’08 aprile – sarà straordinaria e capillare. Straordinaria non solo per l’entità, ma perché straordinaria è la situazione che stiamo vivendo. E, capillare, in quanto le risorse saranno impiegate sul territorio dalle singole diocesi, in modo da raggiungere le situazioni di più effettivo bisogno». Sarà, dunque, una sorta di “Piano Marshall della Chiesa italiana” per aiutare famiglie in difficoltà, considerato che ai poveri di prima si aggiungono quei nuclei familiari che hanno perso o rischiano di perdere il lavoro.

Il vescovo di Parma, Solmi, racconta il dolore della comunità diocesana per la scomparsa di sette sacerdoti: «Avverto un gran peso nel cuore – ha avuto modo di affermare il presule – ma ho potuto vedere l’affetto e la gratitudine dei fedeli nei loro confronti. La grande umiltà di metterci tutti, a cominciare da me, seduti davanti al Signore che ci parla e ci sta riportando all’ essenziale della nostra fede. Dobbiamo patire insieme alla gente, consolarla, starle vicino più che possiamo. Anche perché tra le persone sta nascendo una nuova domanda religiosa. E dalla Chiesa si attendono anzitutto che sappia “dire Dio”». Il vescovo, infine, ha anche ricordato come molti di loro fossero parroci in attività e che si sono ammalati per restare accanto ai fedeli. «Vedo che tutti i miei presbiteri continuano ad essere una presenza viva. Ho potuto visitarne due ormai vicini alla fine. E pur consapevoli di questo, il loro primo pensiero era rivolto a sapere come stessero gli altri». Questi sette presbiteri si aggiungono ai 99 già deceduti e ai medici, infermieri e operatori sanitari che hanno speso la loro vita per salvare la vita degli altri e che, per questo motivo, sono stati definiti da Papa Francesco, “i santi della porta accanto”.

La sfida provocata dall’ epidemia, dunque, sta richiedendo un impegno comune di prevenzione e alleanze, al quale la Chiesa non si sta sottraendo affinché da queste macerie possa risorgere una società capace di solidarietà e condivisione. 

Due grandi segni di speranza ci stanno indicando il domani. Il primo è la consapevolezza di una nuova solidarietà nei rapporti umani. E assieme ai legami umani, dobbiamo dare spazio alla preghiera, alla intercessione per il mondo intero, alla fede di un Dio che ci ama. Ecco l’opportunità di cui parla il Papa: l’identità della Chiesa è tanto più limpida quanto più forte e concreto sarà il suo messaggio di speranza e di vita in un momento di disperazione e di morte! 

La fede a cui io mi riferisco, dunque, è vitale per la Chiesa perché essa è il fondamento della speranza che è, di fatto, «un altro “contagio”, che si trasmette da cuore a cuore – perché ogni cuore umano attende questa Buona Notizia. È il contagio della speranza: Cristo, mia speranza, è risorto! Non si tratta di una formula magica, che faccia svanire i problemi. No, la risurrezione di Cristo non è questo. È invece la vittoria dell’amore sulla radice del male, una vittoria che non “scavalca” la sofferenza e la morte, ma le attraversa aprendo una strada nell’abisso, trasformando il male in bene: marchio esclusivo del potere di Dio». Egli non ci libera dal morire, non ci salva dalla croce. Non lo fa, non lo ha fatto neanche per sè stesso! Probabilmente non fermerà neanche l’epidemia, e non ci salva dalla paura e non schioda tanti dalla loro solitudine e dalla tristezza… Solo si fa compagno e ci insegna che possiamo fare lo stesso con gli altri. Solo ci dà una speranza. Solo ci dà un motivo per vivere, per credere. Solo ci mostra che non c’è pietra di sepolcro che non possa essere rotolata via. Non ci sono bende di morte che non possano essere sciolte. Solo ci dice che non c’è tomba che tenga o notte che vinca. E ci salva! Non dal morire, no. Ma dalla morte. Ci salva dalla morte! Sempre. Da qualsiasi morte. Solo questo!

Ciao Stefania, Santa Pasqua!!!

*Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali – Diocesi di Caltagirone. Insegnante di filosofia e storia – Carcere di Caltagirone.

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