STRANIERO RESIDENTE: SENZA CASA SENZA NIENTE

Articolo di Silvia Dizzia e Stefania Mazzone

Foto di Davide Casella

Dedicato a Mohammed, morto il 28 aprile, da sempre incontro delle nostre strade.

Senza tetto. Poveri. Diseredati vari. La strada quale unico rimedio. Nessuna altra risorsa spendibile nell’immediato. Indigeni e stranieri. Cercano di non dare fastidio. Vivono la loro pandemia in tranquillità. Con un incremento di difficoltà. Un assordante silenzio tra paura e diffidenza. In assenza del movimento della città. Si chiede a loro la quarantena. Ci chiediamo realmente chi vogliamo proteggere: Noi da Loro? Loro da Noi?

Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo non è mai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio…

(Albert Camus, La peste)

La strada da alcuni viene scelta, per altri non c’è alternativa.

Il mondo dei senzatetto è una realtà della nostra società. Ti vivono accanto, Piazza della Repubblica, Stazione Centrale, Corso Sicilia, Piazza Pietro Lupo, quartieri popolari come Picanello, Aeroporto, l’ex Mulino Santa Lucia, Piazza S. Agata La Vetere, Piazza Stesicoro, Via S. Euplio, Corso Italia, Via Gabriele D’Annunzio, Viale Mario Rapisardi, Vulcania, vicino gli ospedali, e oltre… Eppure sono persone per molti invisibili, tranne quando in tempi non di pandemia qualcuno li trova sotto casa e a quel punto per una questione di “decoro” – fastidio – chiama le autorità competenti perché si proceda al loro sgombero.

Vivono la loro vita, ai più poco comprensibile: anche per loro sono i tempi del Covid-19. Una moltitudine, come navi senza vento nelle vele, giovani, anziani, poche donne, alcune coppie che l’asfalto e il tempo non corrode. Accenti e suoni da ogni paese del mondo, dall’entroterra siculo, al non-luogo svedese, olandese, tedesco, marocchino: rotte parallele.

Nella città di Catania abbiamo un numero fluttuante di senza fissa dimora, tra indigeni e migranti, tutti, come ognuno di noi su questa terra, “stranieri residenti”. Ognuno, come noi, a causa della pandemia, ha dovuto cambiare le proprie salvifiche abitudini: il posto dove dormire non è più lo stesso per tanti, i pasti caldi non si trovano con facilità, e anche la quotidianità del corpo, del bios, naufraga nella nuda corporalità. Tra paura e voglia di raccontarsi, tra diffidenza e desiderio di narrazione. I parchi sono chiusi, così come i bar che, a Catania, spesso sono luogo di silente condivisione di necessità del corpo, tra persone conosciute, quasi di famiglia. Una città, Catania, piena di contraddizioni, non sempre negative. Una città il cui sindaco, all’indomani della sua elezione, in uno slancio generoso nei confronti dei propri referenti politici, esordiva col “bando” per i senzatetto nella nostra città.

Oggi, quello stesso sindaco, mette a disposizione presso le Ciminiere di Catania, uno spazio comunale adibito a docce pubbliche, gestito da volontari di associazioni umanitarie come Francesca Di Giorgio della Bottega di Adif (che insieme ad altre persone volenterose ha costruito il gruppo di Quarantena Solidale), l’Associazione Insieme Onlus, Accoglienza E Solidarietà, Il Mosaico Onlus, la Croce Rossa del territorio, aperto dal lunedì al sabato dalle ore 8.00 alle ore 12.00. Si chiede a loro la quarantena.

Ci chiediamo realmente chi vogliamo proteggere: Noi da Loro? Loro da Noi? Abbiamo veramente capito che ci si salva solo insieme? Ma loro ci vengono in aiuto. Alcuni accettano gli alloggi gestiti dalla associazione Il Mosaico, altri accettano l’aiuto in termini di servizi che il volontariato offre (come le mense, di recente riaperte secondo le direttive), pochi accettano di andare al dormitorio, l’alloggio per la quarantena: perché essere costretti a convivere con chi non si “sceglie”? E chi penserebbe ai loro cani? Allora, meglio alloggi di fortuna e case abbandonate. Questi alloggi di fortuna si disseminano su tutto il territorio cittadino, dal centro alle periferie e oltre. L’ordinanza ministeriale li ha spaventati, intimiditi, non vogliono essere richiamati e sono diventati, durante il giorno, meno visibili nella città.

Si muovono tra le docce e le mense… Tornano alle loro postazioni, la maggior parte non vuole essere “normalizzata”, come dire: #restiamosenzacasa. Qualcuno, Gilberto, Anna, Abdhul (tutti nomi di fantasia) non dormono più negli stessi posti in cui avevano il loro spazio prima di questa emergenza. In assenza del movimento della città – del via vai delle macchine – hanno paura di dormire in totale solitudine; così, alcuni di loro preferiscono spostarsi e ritrovarsi con altri nelle vicinanze per provare a dormire. Tra loro c’è solidarietà, ma quella solidarietà vera, fatta di vita reale: scontri, incontri, violenza, complicità, dinamiche nomadiche che l’uniformità mediocre e borghese delle nostre esistenze stanziali non conosce, abituati a recitare a soggetto. Non mancano i momenti in cui qualcuno si mostra più indifeso degli altri e non per questo soccombe al più forte, diversamente dal “mondo di sopra”.

Nei giorni scorsi abbiamo chiesto ad uno di loro se nello stare per strada fosse felice e lui ci ha risposto di sì: si sente libero. Ma il “mondo di sotto”, si è detto, è il mondo reale, il mondo dove per strada non finisce solo chi insegue sul selciato il proprio Eldorado. È innegabile che molti per strada ci finiscono perché il lavoro in nero li ha fregati. Perché la vita li ha fregati: rapporti familiari interrotti, genitori mai conosciuti, viaggi interrotti, disagio sociale e molta sofferenza che nonostante le mascherine si legge negli occhi. Così come parlando con A. si intravede nel suo sguardo l’amore e la commozione per la terra in cui è nata e che forse non rivedrà più… E poi ci sono i ragazzi – indigeni e non – che aspettano la fine di questa pandemia per poter partire, per iniziare a lavorare, per poter sperare ancora… Ancora una volta, il silenzio, non discrimina…

(Articolo pubblicato in “Le Siciliane-Casablanca” aprile-maggio 2020, Anno XIV Num. 63)

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