MIGRAZIONI: UN SEMINARIO PERMANENTE

Articolo di Stefania Mazzone

Foto di Davide Casella

Catania. Un seminario permanente sulle migrazioni per discutere, progettare, partecipare, scambiare pratiche diverse. Nato e voluto da un gruppo di docenti della facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, sarà un luogo aperto ad altri saperi. Il 20 gennaio scorso un convegno nella città etnea per presentarlo alla cittadinanza.

Il migrante è colui che è costretto a cominciare di nuovo in ogni tempo, in ogni spazio. Lo spazio “vivente” diviene il non-luogo del mare, del deserto, delle montagne, dei fili spinati. Attraversare i muri significa raggiungere l’universale concreto che permette di passare di luogo in luogo e di fare di ogni luogo il proprio luogo: un’aspirazione ad una specie comune.

Il Seminario permanente Le migrazioni e la città. Il sapere agito intende essere un “luogo rizomatico” del dibattito e dell’incrocio di saperi, progettualità e pratiche di un agire partecipato che permetta l’incontro tra la comunità scientifica ed i territori.

Nato dall’idea di alcuni docenti del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali (DSPS) dell’Università di Catania che hanno orientato i propri studi in questo senso già da tempo, il Seminario intende essere abitato dal confronto permanente tra studiosi, istituzioni, le più diverse aree dell’associazionismo e del volontariato, ma anche individuali necessità di partecipazione.

Il Seminario sarà costruito su filoni di ricerca e d’intervento pensati e promossi dai proponenti in uno sforzo di dialogo internazionale aperto. In questa prospettiva il 20 gennaio si è svolta l’inaugurazione del Seminario che ha previsto il primo momento dei lavori presso l’Aula magna di Palazzo Pedagaggi, sede del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali.

La mattinata intensa ha preso spunto dal volume di Luca Scuccimarra Proteggere l’umanità. Sovranità e diritti umani dell’epoca globale (Il Mulino, 2016). I saluti istituzionali sono stati affidati al Magnifico Rettore, Francesco Priolo, il quale ha sottolineato l’importanza dei temi oggetto di dibattito e la necessità che questi siano affrontati all’interno degli spazi accademici, ribadendo la necessità di non dimenticare il rapporto con la città, elemento essenziale per la crescita dell’Ateneo in sinergia col territorio. Anche in questa occasione, il Rettore Priolo ha dimostrato una sensibilità importante nei confronti del ruolo civile che un Ateneo deve avere nei confronti della città, confermando la sua capacità di coinvolgimento e attivazione degli studenti e dell’intera comunità accademica sui temi dell’inclusione.

Si è aggiunto l’intervento del Direttore del DSPS, Giuseppe Vecchio, che ha salutato con favore l’iniziativa, auspicando che un coinvolgimento e un dialogo istituzionale di tale portata sia riproposto spesso, a vantaggio dell’istituzione dipartimentale e universitaria. Per conto del Dottorato di ricerca in Scienze Politiche ha preso la parola il suo coordinatore scientifico, Fabrizio Sciacca, il quale ha messo in risalto il ruolo della ricerca rispetto a tematiche così strettamente legate alla contemporaneità, riconoscendo un ruolo ai giovani studiosi che si affacciano per la prima volta ad un percorso scientifico di rilievo

A questi interventi hanno fatto seguito quelli dei coordinatori dei corsi di laurea, tra i quali Carlo Colloca e Saro D’Agata già animatori del progetto, e di alcuni ospiti di università italiane, tra i quali Emanuela Abbatecola (Università di Genova) Alessandro Arienzo (Università Federico II di Napoli) e Giorgio Scichilone (Università di Palermo).

NARRARE LA MIGRAZIONE

Il panel pomeridiano, tenutosi presso l’Aula magna della Camera di Commercio del Sud-Est Sicilia, ha visto protagonista il dibattito sul volume Narrare le migrazioni. Tra diritto, politica, economia (Bonanno, 2018) con il coordinamento dei lavori affidato ad Andrea Giuseppe Cerra, dottorando in Scienze Politiche. Si è trattato di un confronto tra istituzioni, realtà scientifiche, politiche e del volontariato a partire dalla presentazione dei contenuti del volume.

Il lavoro, è stato detto dalla curatrice, Stefania Mazzone, si confronta con la dimensione costituente dell’essere umano e delle sue comunità in “mobilità- stanziale”, che mette in tensione istituzioni e sistemi giuridici, come si evince nel saggio di Salvatore Aleo sulla nozione di criminalità organizzata, ma anche nella questione della percezione della sicurezza dell’intervento di Enrico Lanza e del concetto stesso di “irregolarità” e “clandestinità” nel lavoro di Simona Tigano. La questione, poi, si riversa sulle dimensioni del diritto che riguardano l’asilo e le problematiche inerenti affrontate da Fausto Vecchio.

La dimensione della narrazione, che vuole essere il filo conduttore di tutto il volume, si riferisce all’approccio non solo antropologico del tempo presente quale tempo della narrazione, del racconto della storia come memoria, ma anche del racconto come rappresentazione giuridica e formale di una temporalità attraversata dall’universale nella dimensione concreta del comune. La stessa tensione del concetto di cittadinanza, così come affrontato da Alessandro Arienzo e Pietro Sebastianelli, la relazione tra il welfare e la percezione dell’altro come affrontata da Stefania Ferraro, la questione dei diritti umani e lo status del migrante di cui scrive Delia La Rocca, sembrano suggerire un’esigenza forte di “rinominazione” proprio per la “ominazione” presente. Questioni tanto controverse quali il salvataggio in mare, come ce le racconta Roberto Gennaro, il ruolo degli enti territoriali quali luogo giuridico, come affrontato da Maria Luisa Signorelli, i profili giuridici in evoluzione proprio di cittadinanza, nel saggio di Fabrizio Tigano, o il rapporto tra le politiche migratorie e la società civile di Daniela Irrera, raccontano di un coinvolgimento realmente ridefinitorio della dimensione sociale della narrazione di migrazione.

Dalla narrazione dell’antichità greca e della straordinaria vitalità del Mediterraneo, come raccontano Emilio Galvagno e Sonia Nicotra, proprio nella funzione umanizzante del meticciato culturale e umano, al profilo finemente giuridico del rapporto tra città, integrazione e cittadinanza per i Romani nell’intervento di Orazio Licandro; dai movimenti migratori delle diaspore moderne, come quella greco-albanese in Sicilia raccontata da Paolo Militello, o quella familiare dei Genovesi da Chio a Messina raccontata da Maria Concetta Calabrese alla corte Portoghese in Brasile come controtendenza narrata da Aldo Nicosia.

MIGRAZIONI ANARCHICHE

La narrazione di segmenti di storie lontane, che riguardano lo stesso meticciato da cui siamo attraversati in quanto europei, si confronta con la narrazione delle storie più vicine. In questo senso, straordinariamente esemplare è il racconto delle migrazioni culturali nella storia della mobilità studentesca, come scrive Daniela Novarese.

L’esodo dei giuliano-dalmati nel ‘900, raccontato da Raoul Pupo, le ipotesi di “coscienza del popolo” in Vittorio Emanuele Orlando, come scrive Leone Melillo, le migrazioni in America tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, con tutta la loro portata simbolica di rinascita e le tensioni delle proprie narrazioni nei confronti delle narrazioni dell’altro, come si evince dagli scritti di Alessia Di Stefano e Jacopo Torrisi, e la dimensione nomadica, di esodo da fuga per la costruzione della “futura umanità” delle migrazioni anarchiche, nel saggio di Stefania Mazzone, offrono uno spaccato di narrazione anche popolare. Il fotogramma sulle relazioni internazionali, negli esempi dell’atteggiamento delle istituzioni europee e italiane nei confronti della prima crisi migratoria albanese nel 1990, di Simone Paoli, e la riflessione sulla “primavera araba” libica di Simone Rinaldi, intreccia la storia degli uomini e la storia delle istituzioni al di fuori delle narrazioni comuni, così come la storia delle lotte per la rivendicazione di diritti e dignità dei migranti in Sicilia, raccontata da Federica Frazzetta e Gianni Piazza, riporta in evidenza la necessità del discorso sui corpi. La narrazione dei discorsi d’odio della politica, come scrive Simone Gangi, ma anche la narrazione della morte in migrazione come “semiotica del genocidio”, come scrive Guido Nicolosi, o la relazione tra la morte e il confine di cui ci parla Carolina Kobelinsky, le ipotesi sulla dimensione dello “spazio” di abitazione, di Carlo Colloca, rappresentano un segmento del volume che attraversa la dimensione squisitamente di antropologia del corpo della questione, intrecciandosi con i tragitti di un nomadismo di tracce raccontato da Filippo Furri.

Narrazioni che si intrecciano con le riflessioni più rizomatiche sulle ipotesi del presente, problematizzando l’Altro, come scrive Fabrizio Grasso, o il razzismo e l’universale politico affrontato da Matteo Negro, ma anche le “comunità immaginate” a cui fa riferimento lucidamente Andrea Cerra e la dimensione conflittuale terra-mare nel saggio di Tino Vittorio.

L’operare intreccia corpi, vite, idee, tragitti, individuali e collettivi, dalla dimensione missionaria di Luigi Giussani nel testo di Giorgia Costanzo, alla scoperta in una notte di San Lorenzo di sé nell’altro nel racconto di Dario Monteforte che ha incontrato nel suo tragitto una rotta di umanità nomadica, nel racconto del sindacalista di strada Michele Mililli del proprio territorio innervato da un’umanità sfruttata e dolente, fino alla narrazione di sbarchi, sguardi, odori, suoni che attraversano il racconto dei volontari della Croce Rossa, Davide Casella e Silvia Dizzia, che meticciano la loro umanità con l’umanità dolente.

INCLUSIONE, PARTECIPAZIONE, RETE DI ACCOGLIENZA

Hanno presentato il loro lavoro nel volume alcuni autorevoli autori quali Carolina Kobelinsky (CNRS, LESC-MECMI, Université Paris Nanterre), Filippo Furri (Université de Montréal, MECMI, Migreurope), Laura Savelli (Università di Pisa), Silvia Dizzia, autrice di un saggio con Davide Casella (CRI-RFL comitato di Catania). Protagonisti della tavola rotonda sono stati i rappresentanti della Croce Rossa, tra i quali si evidenzia la partecipazione di Francesco Rocca, presidente della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa.

Rocca ha con forza denunciato il clima di criminalizzazione nei confronti delle organizzazioni umanitarie in prima fila nella gestione del soccorso ai soggetti deboli della società, e fra questi, appunto, i migranti. Emiliano Abramo, responsabile della Comunità di Sant’Egidio di Catania, ha dato importante testimonianza di come la Comunità intende l’inclusione e la partecipazione attiva della cittadinanza, ricordando il naufragio del Lido Verde, la notte di San Lorenzo del 2013. In quell’occasione, il proprietario del Lido, Dario Monteforte, aiutava i giovani naufraghi per la loro salvezza, insieme alla Comunità che aveva chiamato ad intervenire, assistendo alla tragedia di chi non ce l’aveva fatta, come proprio Monteforte testimonia con un vibrante racconto nello stesso volume. Il momento dei racconti di Aldo Virgilio, responsabile dell’ambulatorio di psichiatria etnoantropologica di Catania, rispetto ai traumi che le donne, gli uomini, i bambini migranti sono soggetti a subire nei lager e nei deserti del mondo, ha definito con estrema urgenza la necessità di “fare rete” di accoglienza. Il volontario della Croce Rossa, Riccardo Reitano, ha testimoniato con grande sensibilità motivazioni e pratiche di chi decide di agire per gli altri partendo da sé.

Per il comune di Catania è intervenuto l’assessore con delega all’Università, Enrico Trantino. La Regione Sicilia ha testimoniato la propria presenza e il sostegno pieno all’iniziativa con l’intervento iniziale di Antonio Scavone, assessore regionale alla famiglia, alle politiche sociali e al lavoro e le conclusioni dei lavori sono state affidate al Presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci. Gli onori di casa sono stati fatti da Pietro Agen, Presidente CamCom SudEst Sicilia, istituzione che ha creduto fortemente nel progetto, tanto da finanziare il volume oggetto del dibattito.

L’interlocuzione con la città e la sua partecipazione attiva si è già avviata, la scommessa è quella di costruire un Mediterraneo, con i suoi luoghi, abitazione di un’umanità che nell’accoglienza faccia del viaggio il proprio stesso inizio.

(Articolo pubblicato in “Le Siciliane-Casablanca” gennaio-febbraio 2020, Anno XIV Num. 62)

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