ESSERE FOTOREPORTER NELLA NOTTE DI VIA D’AMELIO

LA TESTIMONIANZA DI ANGELO DI GIORGIO CHE FU TESTIMONE DELLA NOTTE DELLA STRAGE IN CUI PERSE LA VITA PAOLO BORSELLINO. TRA LAMIERE CONTORTE E CORPI DILANIATI, QUESTA VOLTA NON IN GUERRA MA IN ITALIA

Articolo e foto di Angelo Di Giorgio

Ero in vacanza a Catania quel 19 luglio. A quel tempo vivevo e lavoravo a Milano, mi stavo godendo mia figlia che non vedevo da tempo, quando arrivò una chiamata da Radio Popolare. «Dieci minuti fa c’è stata una forte esplosione a Palermo, ci sono vittime ma nessuno sa di chi si tratta!». Lo seppi dalla radio mentre mi catapultavo a Palermo cosa era successo, ho ricordi confusi di quegli istanti, il cuore mi pulsava come impazzito, l’adrenalina mi faceva sudare copiosamente. Piombai su Palermo come in volo, fui fortunato perché entrai in città da una direzione che non era ancora stata del tutto chiusa al traffico; il tesserino stampa fece il resto.

La luce era quasi calata del tutto quando passai, non so bene come, gli sbarramenti della polizia, saracinesche accartocciate come fossero di latta ghignavano sui due lati della strada. Il fondo era sdrucciolevole, capii dopo che non si trattava solo dell’acqua che i vigili del fuoco avevano usato per spegnere gli incendi. Cominciai a scattare quasi alla cieca, flash a ripetizione danzavano come fantasmi da ogni direzione, concitazione, urla, pianti, sirene andavano e venivano incessantemente e quell’odore inconfondibile di corpi umani bruciati, una scena di guerra, ma non ero all’estero chissà dove, ero a casa, nella mia terra. Vagavo tra carcasse di auto che ancora fumavano, le mascelle serrate e gli occhi che bruciavano, non pensavo, ero come in trance, vidi pompieri intenti a tagliare con il flex una ringhiera, mi avvicinai e trattenni a stento un conato di vomito, un corpo umano o quel che ne restava era fuso con l’inferriata adiacente il portone dove abitava la mamma di Borsellino. Non scattai, non so bene perché, ero confuso, una sensazione di nausea opprimente mi ballava in gola, poi l’istinto, il mestiere, ebbero il sopravvento e cominciai a macinare fotogrammi.

Quella notte non dormii, all’alba ero all’aeroporto in partenza per Milano. Che aspetto avevo lo capii quando il mio vicino di posto sul volo si ritrasse nella sua poltroncina come impaurito, i jeans sdruciti e sporchi, la barba lunga, la stessa camicia da due giorni e l’odore di fuliggine addosso; il gilet da fotoreporter non migliorava la situazione dandomi un aspetto vagamente bellico. Consegnai le foto e ritornai a Palermo, coprii i funerali della scorta per Reuters, l’emozione di quelle ore, la furia di una città ferita a morte non le dimenticherò mai. Avevo visto da vicino Borsellino qualche settimana prima ai funerali di Falcone, aveva uno sguardo indecifrabile, sembrava rassegnato. Non posso non provare rabbia nel pensare che a tutt’oggi la verità su quei giorni è sepolta sotto una coltre di bugie e depistaggi. Il sangue degli eroi però quasi sempre ricade su chi li  lo ha versato, almeno spero. 

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