STATO DI PANDEMIA: IL COMUNE CHE VERRA’

Articolo di Giovanna Costanza Floridia

Foto di Giulia Caruso

«La costruzione dei concetti […] si presenta, in realtà, come una pratica che associa l’intelligenza e l’azione della moltitudine e che le fa interagire tra di loro. Costruire concetti significa far esistere un progetto che si incarna in una comunità. La cooperazione è l’unico modo di costruire i concetti. Dai punti di vista della fenomenologia della produzione, dell’epistemologia del concetto e delle pratiche, questa comunanza è un progetto che investe integralmente la moltitudine».

Negri – Hardt: Impero.

Lo stato di emergenza in cui il paese è stato gradualmente coinvolto a partire dal 25 febbraio 2020 è un evento unico nella memoria di molti. Nel giro di poche settimane la crisi sanitaria è divenuta mondiale, l’Oms ha dichiarato la pandemia e abbiamo assistito inermi alla chiusura progressiva delle istituzioni scolastiche, degli uffici, dei trasporti aerei, delle attività produttive, nonché al rallentamento della logistica. Un paese che in genere rimane quasi indifferente, laddove non compiacente, alle retoriche razziste di una certa politica nazionale, è inorridito dinanzi al trattamento da “untori” riservato agli italiani nel mondo di cui ci hanno raccontato i telegiornali.

Apripista per quanto riguarda i numeri degli ammalati, in Italia (già fortemente vessati da un’economia stagnante e da una lunga stagione di instabilità politica) abbiamo per primi sperimentato le cosiddette misure di emergenza e contenimento del virus. Spaventati, confusi, arrabbiati, abbiamo ascoltato dalle nostre case le parole che politici, dirigenti, medici hanno ritenuto saggio proferire. Ci hanno parlato gli scienziati, per la prima volta ne riconosciamo i nomi, i visi, gli stili di comunicazione. Hanno parlato anche i filosofi, che, non senza elementi di criticità, ci hanno messo in guardia dal pericolo di normalizzazione di tali misure.

Della sbavatura agambeniana sul «Manifesto» del 26 febbraio è da considerarsi valido se non altro un elemento dirimente: l’emergenza ci abitua alla negazione del diritto alla libertà di movimento, oltre a tutte le limitazioni date dalla chiusura generale. La pandemia non è inventata, come sosteneva in quel momento il teorico dello stato d’eccezione, eppure non possiamo abbassare la guardia rispetto a istanze coercitive che già serpeggiavano per emergere una tantum incoraggiate da un clima politico già repressivo e che ora vorrebbero negare diritti fondamentali sospendendo le leggi ordinarie in nome appunto dell’eccezione. Si trova online una petizione di una famosa associazione pro-vita che vorrebbe impossibilitare le procedure di aborto poiché non ritenute indispensabili in un momento di pressione così elevata del sistema sanitario: ha raggiunto diciottomila firme. Scuola e università annunciano che la didattica a distanza rappresenta una piacevole scoperta da incoraggiare anche dopo la fine della pandemia. Di ieri la notizia della chiusura dei porti agli sbarchi dei migranti, poiché dichiarati non sicuri.

Alla luce di ciò, dovremo quindi abituarci a un sistema in cui l’importanza dei corpi viene definitivamente negata possibilmente per accentuare logiche del risparmio e dell’austerità evitando assunzioni di corpo docente? Dovremmo adattarci al gioco di darwinismo sociale cui inevitabilmente partecipiamo già, nostro malgrado, permettendo ad avvoltoi di ogni sorta di rendere la disuguaglianza, visibilissima ogni giorno, una realtà da accettare? Il contagio, la grande paura dell’Europa igienista, che ha legittimato sfruttamento e dominio nelle colonie in nome dell’epurazione dalla malattia e dal marciume, ci renderà sentinelle pronte a sorvegliare e punire il vicino, reo di uscire di casa per respirare, e a respingere con ancora più forza la richiesta di soccorso in mare? Questa tendenza esiste, ma non è l’unica ad affermarsi in questi tempi difficili.

Abbiamo modo di vedere come mutualismo, lotta femminista, lotta per il lavoro e per i diritti degli operatori della sanità, stiano caratterizzando la prassi in maniera dirompente, stravolgendo tutti gli stereotipi su una società che si vorrebbe individualista e amorale. Questo è il Comune che immagino, per il quale saremo chiamati a schierarci, perché il capitalismo non torni più ad essere quello di prima. Il post-pandemia da auspicarsi è un terreno di scontro, costruzione, e rivendicazione democratica, cui tutti parteciperemo in maniera cooperativa, commettendo errori, imperfezioni, senza fantasie apocalittiche, di certo con ambizioni sovversive.

L’attesa di una pandemia. Berlino 7 marzo 2020.

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