INAUGURATION DAY: LA DEMOCRAZIA BLINDATA

di Stefano Villani*

Washington DC, mercoledì 20 gennaio 2021

Dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio il centro di Washington DC è stato recintato con barriere di metallo e blocchi di cemento. Si tratta di un’area molto ampia che si estende per alcuni blocchi a nord e a sud del National Mall, l’ampia striscia di prato costeggiata da musei che va dal Campidoglio al Lincoln Memorial, lunga circa 3 km. La recinzione è protetta da migliaia di soldati della guardia nazionale, a cui si aggiungono i pattugliamenti della polizia cittadina. Chi ha il permesso di entrare in quest’area lo può fare solo attraversando dei posti di blocco. Al contempo, sono state cancellate le prenotazioni su Airbnb di chi pensava di venire nella capitale per assistere all’inaugurazione, facendo seguito a un appello della sindaca della città, Muriel Bowser, e dei governatori del Maryland e della Virginia (i due stati che circondano il District of Columbia) che chiedevano esplicitamente di non venire in città nei giorni dell’insediamento di Biden.

Washington ha dunque assunto un aspetto militarizzato, rovesciando drammaticamente l’immagine consueta dove i luoghi del potere – assai più che in Italia – sono solitamente aperti alle visite del pubblico e accessibili ai cittadini comuni. La città si è vuotata: cessate, anche a causa della pandemia, le visite dei turisti che vengono da lontano, persino le persone che vivono a pochi chilometri di distanza in questi giorni hanno evitato di recarsi nella capitale. Per quello che si può intuire, anche i residenti che potevano essere ospitati al di fuori della zona recitata, hanno preferito lasciare per qualche giorno le loro case. La massiccia presenza di truppe e mezzi miliari, delle macchine della polizia, dei posti di blocco in una città completamente deserta, trasmette l’immagine di uno stato di assedio, come se il temuto colpo di Stato fosse effettivamente avvenuto. Forse anche per questo, chiaramente eseguendo ordini precisi, i soldati si dimostravano molto cordiali con i pochissimi visitatori che per curiosità si avvicinavano alle recinzioni, cercando di trasmettere un’irreale sensazione di “normalità”, in uno scenario che niente aveva di normale. 

Il giorno dell’inaugurazione l’accesso è stato reso ancora più difficile, chiudendo anche molti dei ponti che permettono di raggiungere Washington dalla Virginia. La cerimonia, aperta solo a un ristretto numero di invitati, si poteva seguire alla tv e online ma la città era completamente deserta, proprio come nei giorni passati, trasformando di fatto l’inaugurazione in un evento virtuale.  Solo poche decine di persone si sono avventurate per le strade che circondano la zona recintata (c’erano senz’altro più giornalisti che persone comuni). Pochissimi e malinconici erano i banchetti dove si potevano comprare magliette e spillini in onore di Joe Biden e Kamala Harris, anche se, rispetto ai giorni precedenti si poteva avvertire un clima meno teso e preoccupato, anche grazie a una splendida giornata di sole, nonostante il freddo e qualche fiocco di neve che è caduto a metà mattina. 

Per l’opinione pubblica progressista e democratica la sconfitta di Trump è la fine di un lungo incubo durato quattro anni e non a caso al momento della vittoria elettorale c’era stata a DC una manifestazione spontanea e festosa, dove persone di tutte le età si erano riversate nelle strade per cantare, ballare e celebrare l’inizio di una nuova fase politica del paese.

L’attacco al Congresso è stato l’esito della retorica violenta che, per colpa dei Repubblicani, ha dominato il discorso pubblico negli Stati Uniti per quattro anni. Le responsabilità di Trump in quello che è avvenuto sono innegabili, ma, con ogni probabilità, l’irruzione dei facinorosi nel palazzo del Congresso non voleva essere l’inizio di un colpo di Stato. Assai più verosimilmente, la cosa è sfuggita di mano agli stessi organizzatori della manifestazione convocata per contrastare un risultato elettorale inequivocabile. L’esito, paradossalmente, è stato proprio il contrario di quello che auspicava Trump, che sicuramente pensava di garantirsi l’impunità dopo aver lasciato la Casa Bianca, grazie alla radicalizzazione del suo elettorato nutrito dell’inverosimile mito della vittoria scippata. La conseguenza dell’attacco al Campidoglio è stata invece quella di dividere il partito repubblicano, che negli ultimi quattro anni aveva approvato senza esitazione la linea politica di Trump, ora messo nuovamente in stato di accusa da parte del Congresso e privato dell’accesso ai social media, che tanta parte avevano avuto nella sua ascesa politica. La militarizzazione della città, quindi, forse, più che per prevenire un reale pericolo, risponde anche a motivazioni che potremmo dire di propaganda. Questo paese corre il rischio concreto che si apra una stagione di violenza politica, dagli esiti incerti visto l’enorme numero di armi che circolano. Ma la retorica che si usa per contrastare un possibile terrorismo interno ricorda pericolosamente quella che venne utilizzata dopo gli attentati dell’11 settembre. Nello stato di eccezione creato dalla risposta alla pandemia, è assai concreto il pericolo che gli spazi democratici si restringano ulteriormente con conseguenze drammatiche non solo per gli Usa ma per tutto il mondo. Speriamo che il Partito Democratico che finalmente controlla Senato, Camera e Presidenza usi saggiamente il suo potere e avvii sin da subito una stagione di riforme economiche, sociali, istituzionali e politiche di cui questo paese ha un enorme bisogno, ricordando sempre che la democrazia si difende solo con la democrazia.

* Associate Professor, University of Maryland, College Park

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