CORPI CHE PARLANO: LE URLA INASCOLTATE DEI MIGRANTI SOMMERSI

Articolo di Silvia Dizzia

Foto di Giulia Caruso

Catania, domenica 14 febbraio 2021

Siamo appena entrati nel nuovo anno e non potevano certo mancare le stragi in mare. 60 il numero delle vittime ufficiali: 43 persone hanno perso la vita nel naufragio avvenuto il 19 gennaio davanti alle coste di Zuara (secondo quanto dichiarato dall’Organizzazione Mondiale per le Migrazioni e l’UNHCR che operano anche in Libia); due giorni dopo, un naufragio ha causato 17 vittime, secondo quanto riportato dall’OIM, dopo aver raccolto testimonianze dai sopravvissuti, in quanto 82 di essi sono stati forzatamente riportati nel paese nordafricano dalla guardia costiera libica. 

Morti che molto probabilmente non avranno un nome, come i tanti morti che hanno reso il Mediterraneo – e non solo – un cimitero. Morti di cui in pochi si preoccupano, anche nel momento in cui esce la notizia della strage, solo un misero accenno. Il silenzio cala immediatamente. Diventano numeri o ancora dati da raccogliere per spiegare il dramma della migrazione. Numeri e dati che non intaccano minimamente le idee e le posizioni di chi si schiera a favore o contro il fenomeno migratorio. Del resto, è anche abbastanza difficile, oltre che inutile e avvilente, mediare con tutti coloro che chiudono gli occhi e riversano imbarazzanti argomenti di odio in merito.

Di questi morti non ci sono i corpi. Talvolta, anche se ci sono perché recuperati nelle operazioni di salvataggio o fatti arenare dalle correnti lungo le coste del Mediterraneo, non ne conosciamo i nomi, l’età, la loro storia. Anche i corpi parlano: gli amuleti, un tatuaggio, un biglietto con i numeri di telefono trascritti, ogni oggetto o simbolo svelerebbero tantissimi indizi. Si potrebbe conoscere tanto della storia di chi ha lasciato casa. Eppure c’è chi sa di loro. Penso ai compagni di viaggio, testimoni diretti dei tragici eventi: un dettaglio, un nome, un indirizzo. Attraverso i corpi e ciò che raccontano le testimonianze si potrebbe arrivare alle famiglie di coloro che sono morti. Ma i morti non fanno notizia. I morti e i dispersi sono solo numeri. Anche se avrebbero molto da raccontare.

Anche quest’anno è stata celebrata la Settimana della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto: Il 27 gennaio è stato così designato dalla Risoluzione 60/7 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005. Una memoria che tende a dimenticare, che non si preoccupa delle vittime di ieri e di oggi. Qualcuno in passato ha detto che “Il modo migliore per ricordare i morti è quello di pensare ai vivi” (Sandro Pertini). Credo che tale dichiarazione vada contestualizzata ai nostri giorni e al drammatico momento storico che attraversiamo, quantomeno per rendere giustizia alle famiglie e ai cari di tutti i migranti assassinati dalla spietatezza del viaggio e dall’indifferenza degli stati europei. 

Paradossalmente il Mediterraneo, da sempre ponte di incontri e scambi culturali e commerciali, è stato trasformato in cimitero di chi riesce a lasciare – vivo – i lager libici. Anche i cimiteri del Sud Italia, dalla Sicilia alla Campania, accolgono le salme dei migranti morti durante la traversata. Persino le Alpi, al confine tra Italia e Francia o tra Italia e Slovenia, hanno sepolto sotto la neve o tra i boschi i corpi di coloro che hanno provato ad oltrepassare il confine in condizioni altrettanto terribili come quelle del deserto o del mare. 

Tantissimi sono i corpi recuperati e rimasti senza un nome. Innumerevoli sono quelli che, secondo svariate stime, sono dispersi in un’area vastissima che va si estende dall’Africa subsahariana all’Europa (se analizziamo solo la nostra parte di mondo). Ogni corpo potrebbe ridare vita ai vivi: quante madri, sorelle, padri, fratelli, figlie e figli attendono notizie dei propri cari. La speranza diventa unica ragione di vita, nella consapevolezza di ricevere pessime notizie. Il silenzio, col trascorrere dei mesi e degli anni, fa maturare la presa di coscienza della morte. Per le famiglie sapere dov’è sepolto il proprio congiunto ha importantissimi risvolti psicologici per l’elaborazione del lutto. Ma altrettanto importanti sono i risvolti giuridici per vivere la quotidianità. Diritto al momento inascoltato come le richieste d’aiuto di chi è morto. Un rumore silenzioso che urla umanità.

Ma i giorni passano e le tragedie si susseguono, aggiungendo altri morti: il 13 febbraio sulla rotta dalla Tunisia alla Sicilia un barcone è naufragato provocando la morte di 23 persone. È stato recuperato un solo corpo, 22 sono i dispersi.

La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive.

Hannah Arendt, La banalità del male, 1963

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