UNA STRANA OCCASIONE PER IL RISVEGLIO DELL’UMANO – Una riflessione sulla “Chiesa di Dio” a partire da “Una domanda”

Articolo di Michelangelo Franchino *

Foto di Davide Casella

“…Soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare…” È così che Giorgio Agamben per ben tre volte, come in una litania, sottolinea i tre punti di Una domanda diventata in questi ultimi giorni motivo di confronto e di riflessione per alcuni addetti ai lavori. 

Per ben tre volte

Il numero “tre”, per un pensatore, non è mai una indicazione matematica come tante altre. Il tre, infatti è un numero dispari che per i pitagorici era considerato “aperto” e quindi privo di confini precisi e vago e non perfettamente realizzato, al contrario di ciò che ha limiti tracciati chiaramente che lo distinguono da ogni altra cosa. È con questa filastrocca provocatoria che Agamben ha voluto lanciare una riflessione aperta; come aperta e incerta, rimane ancora la drammatica situazione globale provocata dall’evento del Covid-19. Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte ad una malattia? La domanda, infine, si completa con un’accusa vera e propria che menziona le responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vigilare sulla dignità dell’uomo: la Chiesa e i giuristi.

Irresponsabilità e astrattezza

In questi ultimi giorni, le risposte ad Una Domanda come quella di Agamben sono state tutt’altro che accondiscendenti. Infatti, pur concordando con la tesi di fondo che l’emergenza sia la scusa per la sospensione dei diritti attraverso il diritto stesso, gli interlocutori muovono all’autore della questione diverse critiche che possano essere enucleate in due termini: irresponsabilità e astrattezza. «Agamben – afferma Francesco Maria Tedesco – ha invitato all’irresponsabilità, negando i rischi e proponendo una reazione sconsiderata di rifiuto della logica emergenziale, poiché essa rappresenterebbe una minaccia troppo grave alla libertà; Agamben è innamorato di uno schema astratto, il proprio, ed egli lo pantografa su tutto ciò che gli capita a tiro. Entrambe, allo stesso tempo, colgono e non colgono il punto».

Il caso della Chiesa…

I criteri dell’irresponsabilità e dell’astrattezza posti da Agamben in opposizione ad una politica sconsiderata, possono essere la risposta ultima all’accusa mossa dallo stesso anche nei confronti di una Chiesa – vegliarda e profetica, per vocazione, sulla dignità dell’uomo e in particolare sull’eticità delle sue azioni – che viene meno ai suoi doveri? È vero, cioè, che la Chiesa, Mater et Magistra, in questa emergenza, è diventata invisibile? Effettivamente, i riti assumono una grande rilevanza non soltanto religiosa, ma anche sociale e si comprende bene perché la Chiesa, identificata da Agamben, con J. M. Bergoglio, debba ad essi molta della sua visibilità e dell’efficacia dei suoi interventi. Ma, prima dell’emergenza Covid-19, veramente la Chiesa era visibile al mondo solo perché la sua immagine era veicolata dalle liturgie e dall’amministrazione dei sacramenti?  

…visto dalla Chiesa

A dire il vero, ad avanzare forti riserve in questo senso non sono stati solo filosofi della portata di Agamben, “conservatori” ciecamente attaccati alle tradizioni, ma anche altre personalità di spicco, tutt’altro che retrive. Come ad esempio il noto storico cattolico Franco Cardini che, ai primi di marzo – quando ancora la sospensione delle liturgie riguardava solo le regioni più colpite dall’epidemia – in un’intervista su La Stampa, dopo aver constatato che «una volta durante le epidemie si organizzavano novene e processioni per invocare la protezione divina, oggi si chiudono le chiese», ne aveva concluso che «la nostra fede in Dio zoppica». Sulla stessa lunghezza d’onda Enzo Bianchi, che partiva da un interrogativo retorico per arrivare a una presa di posizione critica: «Ma siamo sicuri che la chiesa adottando, contro il contagio del coronavirus, misure che impediscono liturgie, preghiere e addirittura funerali partecipati dalla comunità, sia solidale con chi soffre, ha paura e cerca consolazione? Un cristiano non sospende la liturgia!». In un altro intervento, successivo all’8 marzo, il fondatore della Comunità di Bose evidenziava il tono burocratico del comunicato della Cei, che aveva dato direttive «nelle quali non si intravede la presenza di preoccupazioni pastorali e cristiane dettate dal Vangelo». Il silenzio dei Pastori, effettivamente, nella presente situazione, non ha evidenziato e confermato, l’irrilevanza della Chiesa e dello stesso vangelo nella società contemporanea?

Il confronto col passato

In passato, in analoghe situazioni, vescovi e preti erano stati il punto di riferimento della popolazione, chiamando a raccolta i fedeli in grandi manifestazioni di massa – messe, processioni –, e lo avevano potuto fare appellandosi ad una fede che si era rivelata più forte della paura. Ecco perché, forse, l’accusa di Agamben nei confronti della Chiesa, richiama anzitutto ad uno stile più coraggioso, pronto a sacrificare la vita piuttosto che la fede e il prossimo, e indica come esempio il comportamento di un altro Francesco, quello di Assisi, che abbracciava i lebbrosi. Ma siamo sicuri che ci troviamo nelle stesse situazioni del passato?

Un presente inaspettato

Quella che noi stiamo vivendo non è una semplice emergenza e quindi non esistono paragoni col passato perché, per via della globalizzazione, siamo di fronte all’inaspettato. Con l’aggravante che, a differenza dei nostri nonni, noi pensavamo di controllare tutto attraverso l’osservazione dei fatti prescindendo dalla questione della motivazione ultima delle cose. Mi riferisco, per esempio, alla visione positivistica della vita, convinta che la scienza non può dare risposta alle domande: che cosa è moralmente buono? Che cosa è moralmente cattivo e perché? Di conseguenza essa si occupa della norma esclusivamente come di un fatto – psicologico o sociologico – e non si interessa invece alla questione della motivazione ultima della norma.  E, invece, non riusciamo a controllare nulla, proprio nell’istante in cui la natura impone la sua forza. Tutto questo sta avvenendo in un momento, culturale e sociale, delicatissimo: proprio quando, cioè, non si fa altro che porre e riproporre la questione morale come centrale per la vita del singolo e della società che vivono la più radicale crisi della fondazione dell’etica. Infatti, l’era del Coronavirus palesa l’essere umano immerso nel suo egoismo divenuto, oramai, valore primario nella nostra cultura. La solidarietà è andata a picco in questi anni. Individualismo, narcisismo, egoismo: sono tutte figure di solitudine e la socializzazione si è ridotta alla propria parvenza digitale. 

Non sappiamo più chi siamo

La sospensione, la quarantena e/o l’isolamento, dunque, ci trovano impreparati perché, fermandoci, non sappiamo più cosa fare. Non sappiamo più chi siamo. La sospensione dalla funzionalità ci costringe con noi stessi: degli sconosciuti, se non abbiamo mai fatto una riflessione sulla vita, sul senso di cosa andiamo cercando. E allora chiediamoci: qual è il nostro orizzonte? Avevamo affidato la nostra identità al ruolo lavorativo. Fuori da quello scenario non sappiamo più chi siamo. Entriamo in uno smarrimento imbarazzante soprattutto quando siamo costretti ad affrontare questioni estreme come la vita attorniata dalla morte. Ma il vero problema non è nemmeno il rapporto con la morte. Noi oggi non accettiamo la morte perché non abbiamo compreso il profondo significato della vita. L’esaltazione della scienza, come ancora di salvezza ed unica risorsa per l’uomo, rivela le nostre fragilità etiche.

Il limite è stato superato

È in questa fragilità che è riscontrabile il “limite” che Agamben, per ben sei volte, enfatizza nella sua oramai familiare questione. Sì, il limite è stato varcato, la soglia è stata superata, ma non da ora. Il coronavirus è venuto semplicemente ad evidenziare spietatamente logiche già presenti, anche se sottotraccia, nella cultura europea ed Occidentale. Né basta il moto di orrore suscitato nell’opinione pubblica da questa strage silenziosa, per cambiare un orientamento radicato. I morti – non in quanto corpi, ma in quanto persone assistite silenziosamente, dai vari cappellani sparsi in tutti gli ospedali e dai vari parroci presenti sul territorio – purtroppo saranno dimenticati facilmente. Così come i giovani tendono a dimenticare che un giorno anche loro saranno anziani.

Per il futuro c’è da chiedersi…

Ma in tutto questo c’è da chiedersi anzitutto se, guardando le cose da un altro punto di vista, questo “digiuno di riti” non possa – purché sia temporaneo – costituire uno shock salutare per tanti cattolici che limitavano la propria esperienza cristiana a una frequentazione abitudinaria della chiesa parrocchiale, ridotta ad una “stazione di servizio” per la distribuzione di sacramenti. 

Ma c’è da chiedersi, anche, se la corazza che ci difendeva dalla realtà è stata davvero bucata da un virus. E soprattutto se oggi ha senso l’inquietudine che ci portiamo addosso dato che è divenuta, oramai, la nostra seconda pelle. 

E, infine, c’è da chiedersi se quella del Covid-19 non sia una strana occasione per verificare, speriamo, il risveglio dell’umano in noi dato che il non-senso non è una via d’uscita ragionevole. Se questo fosse vero sarebbe come ricevere un dono che non ha bisogno della fede per essere riconosciuto. 

*Direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni sociali – Diocesi di Caltagirone. Insegnante di filosofia e storia – Carcere di Caltagirone.

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