SETTE GIORNI IN ZONA ROSSA: CRONACA DELLA FINE (DI UN’ORDINANZA?)

di Andrea Gentile

Vittoria, domenica 8 novembre 2020

Il settimo giorno dopo l’istituzione della “zona rossa”, tutti i vittoriesi attendono di conoscere se il provvedimento verrà prorogato e le misure di emergenza straordinarie continueranno. Durante la settimana di tribolazione, la presidenza del consiglio dei ministri ha decretato quattro regioni (Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta e Calabria) come zone rosse; la Sicilia è stata definita “arancione”, a causa di uno “scenario di elevata gravità e un alto livello di rischio”. Vittoria è quindi un’enclave rossa, un’isola nell’isola.      

Il concetto di “focolaio” è tra quelli più diffusi di quest’anno disgraziato e surreale. Obbiettivo primario – in epidemiologia – è la circoscrizione e l’isolamento immediato del “focolaio”, cosicché questo non si espanda. È su questo precetto che si basa il divieto di circolazione, transito e spostamento all’interno e verso l’esterno della zona rossa.

Che la zona rossa vittoriese fosse particolarmente anomala lo si è percepito immediatamente, fin dalla pubblicazione di un’ordinanza regionale che stabiliva le proibizioni e subito derogava permessi ed eccezioni. La legge infatti consente di circolare all’interno per andare a lavorare – se non è possibile lo smart working, ma chi può farlo a Vittoria? -, per comprare cibo e beni di prima necessità, per appuntamenti professionali, per la salute; e di uscire all’esterno per attività lavorative (e non) necessarie e indifferibili, legate alla cura di piante ed animali. Con una così ampia eccezionalità, in una comunità in maggioranza impiegata in agricoltura, sono rimasti a casa gli anziani e i bambini, i negozianti e i ristoratori, gli insegnanti e gli studenti. Se in un desolante sfondo di saracinesche abbassate la principale via pedonale è rimasta vuota dal mattino alla sera e la piazza centrale è stata popolata quasi solo da un’umanità sofferente e insofferente alle regole, diversamente è andata ai punti d’accesso e d’uscita alla città.

Così il primo giorno, passate le prime ore del mattino in cui migliaia di agricoltori si spargevano per i chilometri di serre tutte intorno la città, le sparute pattuglie delle forze dell’ordine (mai rafforzate nonostante le promesse e le contingenze) si ponevano nei principali snodi di periferia, per monitorare il flusso di chi entrava e usciva dalla zona rossa.  Mentre decine e decine di automobilisti incolonnati maledivano la normativa introdotta dando un occhio al proprio orologio, un autobus che scorreva lento nella fila si bloccava sui binari. Le sbarre del passaggio a livello si abbassavano, presagio del passaggio del treno che ogni giorno attraversa la provincia da est a ovest. I pochi passeggeri riuscivano a scendere di fretta – evitando la tragedia -, prima che la corsa del treno si interrompesse con uno schianto, travolgendo il bus di linea. Nove ore dopo l’istituzione della zona rossa, i vittoriesi, sconvolti e travolti ma miracolosamente indenni, trovavano un nuovo argomento di discussione, improvvisandosi autisti o vigili urbani.

I posti di blocco duravano fino al crepuscolo. Calata la sera, i pochi lavoratori costretti al rientro a casa ritardato non trovavano più nessun militare a presidiare i confini della città. Diversi i punti di accesso rimasti sguarniti. Altrettanto accadeva all’alba e al tramonto dei giorni successivi. Latitanti anche i controlli nelle aree interne della città, in cui sarebbe stato per altro difficilissimo riconoscere chi era fuori per incuranza o per necessità. L’evidente assenza degli organi preposti al monitoraggio (e all’eventuale repressione) è stato l’inequivocabile segno di una misura – l’istituzione della zona rossa – prevista solo sulla carta, ma impossibile da applicare sul territorio, in mancanza di un adeguamento delle forze di pubblica sicurezza. Quante unità di servizio sono state inviate in un territorio così articolato in un momento così complesso?

Il terzo giorno le pale di un elicottero verde che volteggiava basso sui tetti della città hanno suonato la sveglia. Dopo alcune ore di curiosità, un comunicato della Guardia di Finanza chiariva il perché. Erano stati necessari due anni di indagini per arrestare cinque uomini (i vertici) e denunciarne altri venti, tutti parte di una articolata rete di traffico di marijuana. Nei mesi sono stati sequestrati oltre un centinaio di chili di cannabis e hashish; è stato scoperto un casolare abbandonato usato come deposito e un carico nascosto nel container di un camion che trasportava prodotti, tra i mercati ortofrutticoli di Pagani (in provincia di Salerno) e Vittoria. Da più di un decennio, la camorra controlla e gestisce il traffico su gomma di merci agroalimentari dalla Sicilia fino a Fondi, nel Pontino, in accordo con tutti i clan locali. È l’ennesima dimostrazione – qualora ce ne fosse stato il bisogno – di un sistema in cui Vittoria assume un ruolo fondamentale, perché da qui partono o arrivano ingenti partite di sostanze stupefacenti (marijuana e cocaina, per lo più) e armi, nascosti tra i camion caricati con pomodori e melanzane. 

Forse nel gabinetto di presidenza regionale, la scorsa settimana prima di emettere l’ordinanza, qualche perplessità rispetto al pieno funzionamento del Mercato ortofrutticolo di Vittoria e al trasporto delle merci c’è stata. Andate dissolte per evitare il blocco delle esportazioni e il conseguente tracollo economico. La forza delle mafie risiede nella capacità di innestarsi e operare proprio in ciò che è essenziale e che non può essere arrestato nemmeno durante un’emergenza pandemica mondiale. 

L’intera comunità vittoriese, impegnata più a portare a casa il pane quotidiano che a parteggiare in una irreale campagna elettorale, continuava a chiedersi quando avrebbe avuto la possibilità di votare e scegliere un sindaco, mentre i commissari dello stato erano gli unici impiegati in città a potersi permettere lo smart working. Il quarto giorno è finalmente giunta la notizia che il consiglio dei ministri rinviava ulteriormente le elezioni, da svolgersi entro il prossimo marzo, in concomitanza della presumibile terza ondata. Sarebbe stato irresponsabile indurre il popolo all’esercizio del voto, con un tasso di contagi così alto e condannandolo alla malattia. Chiunque affermi che sarebbe stato possibile svolgere in sicurezza ogni operazione, di propaganda o di voto, non lo fa per amore della democrazia ma per interesse personale. 

Tra i rischi del lockdown vi è quello di sviluppare dipendenza dall’uso di smartphone e dei social. Così la rabbia da reclusione straordinaria è stata sublimata in una mobilitazione online contro il nemico esterno, reo di denigrare gli usi e le condotte della popolazione locale. Quindi un infelice servizio giornalistico, in cui sono intervistate due donne marginalizzate (e abbandonate dai servizi sociali) che siedono in piazza e trovano il proprio attimo di celebrità negando l’esistenza del covid-19 (come migliaia di altri concittadini più o meno per bene), è diventato l’ennesimo atto accusatorio verso Vittoria. E la sua comunità, orgogliosa al punto da essere cieca e non riconoscere la propria vulnerabilità, ha scelto di scagliarsi contro chi, per sopravvivere in uno spietato mondo in cui l’informazione è spettacolo, non può che spingere la narrazione alla ricerca di un pretesto. Ignorare che all’interno della propria comunità vi siano ancora esseri umani che non rispettano le misure di sicurezza perché non credono alla letalità del virus o sostengono che venga portato dai migranti (come ha fatto il titolare del bar e per cui nessuno si è indignato), è terribilmente pericoloso. Il Coronavirus si diffonde sottilmente, ogni volta che, per ignoranza, viene sottovalutato. 

Negli ultimi sei giorni il numero dei cittadini vittoriesi positivi al covid-19 è aumentato di un terzo. Rispetto a due settimane fa è raddoppiato. In molti in città oggi si chiedono se domani sarà l’ultimo giorno di zona rossa e sarà possibile tornare alla vita di prima. Scorrono lentamente, nel disinteresse, i bollettini medici. In pochi si chiedono se un posto, in ospedale, c’è ancora. Ignorano di essere intrappolati e che la catastrofe potrebbe abbattersi sulla città come un treno in corsa.  

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